ERROR HEADER

Titoli value: sono davvero più rischiosi? (Pt. 2)

I titoli value hanno storicamente performato meglio, ma il rischio è davvero maggiore?

mercoledì, 11 settembre, 2013 , ore 12:27 - 9 Commenti

Cari lettori, avevo già pronto il codice da tempo, ma trovo solo ora il momento di continuare l’approfondimento sui titoli value e il loro rischio. Oggi continueremo l’analisi del mercato USA (nel terzo ed ultimo post vedremo anche l’evidenza internazionale), ma per definire un titolo value o growth utilizzeremo un diverso multiplo, il reciproco del P/E, ovvero il cosìdetto Earnings Yield, piuttosto che il BV/P (reciproco del P/BV) utilizzato nel post precedente.


C’è tuttavia una differenza sostanziale nei dati offerti dal Professor French utilizzando questo multiplo: non c’è più la possibilità di dividere i titoli in base alla loro capitalizzazione; il che rendeva il confronto, a mio parere, più corretto. In quest’analisi invece i titoli vengono ordinati solo in base ai valori dell’E/P: il 30% con il valore più alto (ovvero meno cari rispetto agli utili) sono i titoli value, il 30% dei titoli con E/P più basso (ovvero più cari rispetto ai fondamentali) saranno titoli growth e infine il 40% dei titoli che si trovano tra i due estremi saranno i titoli blend. Ho deciso per quanta divisione (30%-40%-30%, piuttosto che 5 quintili ognuno con il 20% dei titoli) proprio per cercare di diluire un po’ l’effetto “size”. Ricordo che la sovraperformance dei titoli value rispetto ai titoli growth è molto più marcata nelle small-cap che nelle large-cap, tuttavia il rischio (misurato dalla deviazione standard) dovrebbe essere maggiore nelle small-cap che nelle large-cap, di conseguenza ai fini di quest’analisi non dovrebbe influenzare troppo l’impossibilità di dividere i titoli prima in base alla capitalizzazione e poi in base ai multipli.


I dati si riferiscono all’arco temporale dal 31-07-1951 al 31-12-2012. Sono ovviamente total return, ovvero includono i dividendi e sono dati monthly (che ricordo, potrebbe far sottovalutare la profondità dei drawdown e l’entità della deviazione standard). Tutte le performance a cui si fa riferimento qui sotto, oltre ovviamente a non essere di alcuna garanzia per il futuro, escludono ogni tipo di costo (tasse, bid/ask spread, commissioni etcetc). Il risk-free nel periodo di riferimento è pari al 4.6% annuo.


Passiamo comunque ai dati e iniziamo con la seguente tabella, che mostra il rendimento annuo, deviazione standard annualizzata e Sharpe Ratio per i titoli value (nella tabella High, da High Earnings-to-Price ratio), Blend e growth (nella tabella Low, da Low Earnings-to-Price ratio):


table1


Come possiamo vedere la sovraperformance nel periodo è davvero notevole, circa il 6% e questo a fronte di una deviazione standard addirittura minore, per una performance risk-adjusted di quasi il triplo. La sovraperformance nel periodo dei titoli small rispetto ai titoli big è di circa il 2% annuo, quindi il fattore size non dovrebbe influenzare molto (o in misura minore del 6% di differenza che si osserva nella tabella qui sopra). Passiamo ora all’analisi del downside risk:


table2

Come possiamo vedere, anche qui, non c’è traccia di un maggiore rischio dei titoli value, se non un drawdown più profondo di circa il 6%. Adesso come nel post precedente andiamo a vedere la media dei peggiori drawdown, questo per non farci influenzare da una singola osservazione. Sotto il Conditional Drawdown-at-Risk all’1%:


table3


 


 


 


 


Anche in questo caso i titoli value sembrano meno rischiosi.


Passiamo ora a vedere se la sovraperformance è stata consistente nel tempo, oppure specifica ad un periodo ristretto (e che quindi potrebbe suggerire sia un fenomeno non “affidabile”):


Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


Come si vede, nemmeno su un periodo rolling di 10 anni e con la bolla dei titoli growth legata ai titoli tecnologici i titoli growth hanno performato meglio dei titoli value. Se definiamo rischio come probabilità di ritrovarsi con meno soldi di alternative dalla volatilità simile, i titoli value sicuramente sembrano meno rischiosi dei titoli growth.


Vediamo infine la crescita di 1$ cosa avrebbe portato per ognuno dei tre basket e per il mercato nel complesso:


valuevsgrowth_2_2

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


La convenienza dei titoli value sembra evidente anche qui.


Per quanto riguarda il multiplo E/P, i titoli value sembrerebbero decisamente meno rischiosi e di conseguenza la teoria accademica secondo cui questa sovraperformance sia causata da bias psicologici degli investitori, piuttosto che maggiore rischio, sembra più credibile.


Adesso una speculazione personale riguardo il perchè scegliere i titoli in base all’E/P porti a risultati migliori a fronte di un rischio minore, rispetto che a sceglierli in base al BV/P come nel post precedente. L’idea è che selezionare titoli in base all’E/P porti a selezionare titoli che realmente sono in grado di generare valore, in quanto ci si concentra su una proxy dei flussi di cassa come l’utile (seppur imprecisa, come sottolineato da me qui e qui e da Seven qui), piuttosto che su uno stock come il patrimonio netto, che peraltro non tiene conto degli intangibles (come la forza del brand). Inoltre la maggior parte degli analyst si concentra sulla crescita dell’utile o dell’EPS, piuttosto che su quella del patrimonio netto, quindi se effettivamente i loro bias portano alla sovraperformance dei titoli value, questo sarà meglio catturato da un multiplo che utilizza l’utile, piuttosto che il patrimonio netto. Detto ciò, queste mie considerazione possono essere sicuramente biased dalla mia passione e predilezione per il value investing.


Per la Bibliografia rimando all’articolo precedente. Qualsiasi commento, critica e opinione è benaccetta.


Note


Tutti i grafici, tabelle e calcoli sopra sono stati prodotti con R e ringrazio molto i bloggers Systematic Investor, Systematic Edge e Timely Portfolio per aver messo in chiaro tutti i codici ai quali ho potuto attingere liberamente per poi personalizzarli.


 
Leggi altre news su :

Categorie : Strategie d'Investimento
 
Analisi Fondamentale

Ti piace o ritieni utile questo articolo? Aiutaci a diffonderlo!

Su Facebook
Ti piace l'articolo?


Ti piace InvestireOggi
Su Twitter
"Twittalo"


Resta Aggiornato
Su Google+
Promuovi l'articolo
 

9 Commenti

  • # 1

    Il tuo approccio così scientifico è encomiabile! Tutta la ricerca statistica su cui ti basi e le realtive elaborazioni servono senz’altro ad inquadrare meglio il mercato i suoi trend , la disamina di tutti gli indicatori per vedere se ci sono dei punti fermi su cui basare la selezione dei titoli è quello che tutti cercano per potere investire al meglio i propri risparmi e capitali !
    Il problema però al di là di tutti questi calcoli , rimane ! L’economia in fondo procede di pari passo con l’attività dell’uomo !
    Durante la sua esistenza su questa Terra , si è evoluto! e assieme a lui s’è evoluta l’economia reale e non ! Probabilmente nei periodi in cui c’e’ un salto di conoscenza , di scoperte, di applicazioni tecnologiche nuove ecc. certi indicatori catturano meglio di altri gli sviluppi economici e di prezzo dei vari asset, mentre quando si passa dall’acquisizione di queste scoperte alla normalità del suo utilizzo diventano più “veritieri” altri tipi di indicatori che vanno ad esaltare non la crescita in sè ma la sicurezza e la costanza del business nel tempo ! Capire bene in che momento siamo del ciclo economico ed utilizzare gli indicatori appropriati è la sfida quotidiana degli operatori e del risparmiatore più o meno informato !
    Poi ci sono a volte i “fuoriclasse” quelli che ci prendono sempre !
    Avere un metodo almeno per evitare di usare gli indicatori che non servono in quel momento “particolare del ciclo economico” sarebbe già tanto !
    Inoltre “nel lungo periodo siamo tutti morti” ed a volte meglio se spesso “bisogna cogliere l’attimo” !
    Una persona bene che gli vada oggi può pensare di campare 100 anni !
    Un imprenditore può sperare che i suoi investimenti siano portati avanti fino alla quarta generazione !
    Una dinastia potrebbe guardare come esempio alla Corona d’Inghilterra !
    Riuscire a barcamenarsi sui vari tipi di mercato, nei vari cicli temporali , di crescita, di stagnazione , di depressione, di inflazione , di guerra, di pace ecc.ra è un problema !
    Chi risolve scientificamente questo problema , non avrà più problemi, perchè? i problemi li avrà scaricati su coloro che non hanno risolto il problema!

  • # 2

    @AnalisiFondamentale

    “L’uomo medio quando trova un ago nel pagliaio si ferma, io continuo per vederne se ne trovo altri” by Albert Einstein

    Diciamo che ormai sei a quel livello, altro che “passione e predilezione per il value investing”!!

    Congratulations!!

    A parte questo, sapere comprare a sconto merce di qualità che sia un prodotto/un servizio/ un immobile/ un auto/ una moto/un pacchetto di titoli azionari, ecc.. significa saper impiegare efficacemente i propri capitali!!

    A parte WB nel campo degli investimenti azionari, Carlos Slim ha fatto fortuna in questo modo e tanto tempo fa Conrad Hilton ( fondatore della catena Hilton hotels ) comprando alberghi a sconto ( con buon potenziale ) in giro per USA!!

    Ma si sa che l’animo umano tende a bramare ciò che è più hot, cool, ecc.. al momento dell’acquisto!!

    E quindi in fondo la storia si ripeterà!!

    Recente esempio Tesla Motors!!

    Ciao!

    Fab

    PS poi per carità, non ci metto la mano sul fuoco, ma di solito 1+1 =…!!

  • # 3

    Caro Bob, ti ringrazio delle belle parole. Riguardo la tua domanda, forse ti deluderò un po’, ma non ritengo assolutamente che esista davvero un portafoglio “All Weather”, ovvero adatto sempre a qualsiasi situazione, oppure una strategia che assicuri in qualsiasi condizione di mercato rendimenti risk-adjusted tali da far diventare ricco chiunque, mentre si dormono pure sonni tranquilli. Ovviamente restando nel campo del retail investor o comunque per la maggior parte degli investitori (poi come dici tu, qualche fuoriclasse sicuramente esiste, James Simons per fare un nome!).

    Detto ciò, il mondo e la vita di tutti giorni sicuramente cambiano, e con sè le tecnologie e l’ambiente, ma l’uomo resta sostanzialmente lo stesso (non a caso la maggior parte dei bias cognitivi che rendono gli investitori “irrazionali”, sono gli stessi che risultavano più “comodi” in sede di evoluzione). Questo per dire che in borsa contano di più le emozioni e reazioni degli uomini e che queste, a prescindere dal contesto storico, siano più o meno le stesse nel tempo (da un punto di vista evoluzionistico, la differenza tra “noi” ed un uomo del 1700 è praticamente assente, ma anche se si va molto più indietro nel tempo, anzi forse siamo pure un po’ più stupidi al giorno d’oggi :D ). Ovviamente che poi sia facile sfruttare quest’aspetto è un altro paio di maniche!

    @Fab: concordo su tutto! Anche se ultimamente (recente ri-lettura del Cigno Nero e di Giocati dal Caso :D ) sono anche del parere che la (s)fortuna giochi un ruolo molto importante nella vita di tutti noi (o sicuramente più importante di quanto vogliamo ammettere!). ;-)

  • # 4

    @AnalisiFondamentale

    Fortuna, sfortuna, chi può dirlo?

    Di seguito una significatica metafora:

    http://sivers.org/horses

  • # 5

    @AnalisiFondamentale

    Sempre sul discorso fortuna/sfortuna, Warren Buffett ha ammesso candidamente che lui è nato con la camicia:

    http://www.getrichslowly.org/blog/2010/03/31/warren-buffett-on-the-lottery-of-birth/

    Stessa cosa dicasi Bill Gates che disse che tutta questa enfasi che in USA gira attorno alla sua genialità, non ci sarebbe stata se lui fosse nato nell’ambiente sbagliato oppure nel posto sbagliato oppure se si fosse ammalato, ecc..

    Ciao!

    Fab

    PS diverso tempo fa ti inviai un email sull’interessante equazione: Success = Environment + Engagement + Opportunity e ti segnalai i due casi sopramenzionalti!!

  • # 6

    Per un discorso molto più completo sul fattore Fortuna, di seguito un articolo molto interessante che contiene du ottimi testi sull’argomento:

    http://millionaireweb.it/blog/fattore-f/

    Il testo di Richard Wiseman ” The Lucky Factor” l’ho letto in inglese nella versione kindle ed è fatto benissimo!!

    L’altro testo “Fortunati si diventa” di Alex Rovira Celma e Fernando Trias de Bes non l’ho letto ma me ne hanno parlato bene!!

    Se proprio poi uno vuole approfondire il fattore fortuna specificatamente nel mondo del business e allora un must è:

  • # 7

    Se proprio poi uno vuole approfondire il fattore fortuna specificatamente nel mondo del business e allora un must è:

    http://www.hsgl.com/

    La parte sul fattore Luck fatta davvero bene!!

    Stessa cosa dicasi per la parte su Heart e Gut, un pò meno completo nella parte Smart dove quando arrivano a parlare dell’importanza della creatività si bloccano ( ma ci sono un sacco di altri testi su questa tematica ) ma per le altre componenenti del fattore Smart fatto pure bene!!

    Ciao!

    Fab

    PS testo segnalato già a suo tempo!

  • # 8

    E per concludere:

    “No one is luckier than him who believe in his luck”, German proverb

    “Luck is believing you’re luck” by Tennese Williams

    “The luck of having talent is not enough, one must also have a talent for luck” by Hector Berlioz

    “You can create your fortune when you create fortune for other people” by Steve Chandler

    “Diligence is the mother of good luck” by Benjamin Franklin

    Ciao!

    Fab

Lascia un Commento 

Emoticons :-)  :D  :mrgreen:  :(  ;-)  :roll:  :mad: