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Portafoglio Pigro per l’investitore italiano (Pt. 1)

Un introduzione a come costruirsi un portafoglio pigro a basso costo!

mercoledì, 11 marzo, 2015 , ore 22:12 - 4 Commenti

Cari lettori, come al solito perdonate la mia scarsa presenza sul blog. Questa serie di post vuole riprendere alcuni dei concetti teorici introdotti in “Asset Allocation e Diversificazione” per arrivare ad alcune possibili applicazioni operative per un investitore europeo.


La serie di post sarà rivolta ad investitori “plain vanilla”, che non possiedono troppo tempo da spendere per questo tipo di attività e di conseguenza volutamente ho cercato di evitare tecnicismi (spesso evidenziati in altri post). Inoltre si potrebbe scrivere un libro per ogni concetto accennato in questo post, per cui invito a fare domande via commenti, ma chiaramente non posso coprire tutto in maniera estensiva e completa tramite il blog. L’idea è semplicemente di fornire una serie di concetti da tenere a mente nella costruzione di un portafoglio di questo tipo. Inoltre, sono tutte opinioni personali, per cui da prendere cum grano salis.


Partiamo dal perché dal titolo. Il portafoglio pigro rientra nella categoria dei portafogli “Buy, Hold & Rebalance”, dove si sceglie una determinata asset allocation, generalmente diversificando sulle principali classi di investimento e periodicamente si ri-bilanciano i pesi all’interno del portafoglio per mantenere l’allocazione prescelta. Ne avevamo visti alcuni esempi come l’All Weather di Ray Dalio o il Permanent Portfolio di Harry Browne.


Il “pigro” è riferito all’assenza di un approccio tattico che non prevede sovra/sotto pesare arbitrariamente determinate classe di investimento in base al rendimento atteso, non avere nessun approccio dinamico per escludere o includere determinate classe di investimento in base al rendimento passato o atteso (avevamo ad esempio visto strategie basate sul Momentum) e non avere esposizione su singoli strumenti (i.e. long Apple), ma cercare sempre un’ampia diversificazione tramite l’esposizione a diverse classi di investimento.


Attenzione, tuttavia, a confondere “pigro” con “passivo”. In linea teorica, un approccio del tutto passivo significa mantenere il portafoglio di mercato (leggere qui per avere più riferimenti) con i pesi del mercato (i.e. in base alla capitalizzazione del mercato) e lasciare che le fluttuazioni cambino i pesi senza necessità di intervento dell’investitore. Semplificando un po’, si parte dall’ipotesi che i mercati siano efficienti e quindi il prezzo di mercato assegnato ad una determinata classe di investimento coincida con il suo “fair value” e discostarsi da tale peso equivale a compiere una scelta attiva. Se i mercati fossero efficienti, nessuno potrebbe sovraperformare sul lungo periodo (se non per fortuna) e quindi scegliere di gestire il portafoglio attivamente sarebbe, al meglio, una perdita di energie.


Tuttavia un investitore può decidere di discostarsi da un portafoglio a gestione passiva, poiché (a) ritiene che i mercati non sia perfettamente efficienti o (b) il profilo di rischio/rendimento offerto dal portafoglio di mercato non è adeguato a quello dell’investitore (i.e. adesso il portafoglio di mercato è molto esposto a titoli di stato e obbligazioni e questa potrebbe non essere la scelta adatta ad un ventenne in grado di assumersi più rischi dato l’elevato orizzonte temporale davanti a sé). Tuttavia bisogna tenere a mente che la filosofia di portafoglio pigro parte dall’idea che gestire un portafoglio in maniera completamente attiva (quindi potenzialmente discrezionale, dinamica e opportunistica) sia un approccio perdente sul lungo periodo e in realtà gran parte dell’evidenza empirica, sia per quanto riguarda i fondi a gestione attiva (vedere ad esempio qui, qui e qui), sia riguardo i rendimenti ottenuti dagli investitori (vedere ad esempio gli studi Dalbar) sembrerebbe confermare quest’ipotesi (per questo personalmente ritengo questo approccio valido per la maggior parte degli investitori e risparmiatori retail).


Da qui l’idea del portafoglio pigro, in cui si dovrebbe cercare di diversificare il più possibile sulle principali classe di investimento (facendo attenzione al trade off con maggiori commissioni che potrebbero non valere la pena, come visto qui), ma scegliere i pesi (e mantenerli nel tempo) a seconda del proprio profilo di rischio. Attenzione perché la scelta delle classe di investimento da includere e i loro pesi sono parte fondamentale del processo di costruzione del portafoglio pigro. Ibbotson e Kaplan hanno mostrato che la scelta dell’asset allocation spiega tra il 40% e il 100% della performance dei fondi pensione e advisors. Ovvero la scelta specifica dello strumento o del manager, conta infinitamente meno delle classe di investimento da includere nel portafoglio e del loro peso (per questo non mi piace definire un portafoglio pigro come portafoglio passivo).


Inoltre aspetti rilevanti del portafoglio “pigro” sono:



  • Mantenere bassi i costi di gestione e quindi scegliere strumenti con TER e commissioni di gestione più basse possibili (come ETF, Index Funds, Conti Deposito ed Obbligazioni molto liquide)

  • Ridurre al minimo la movimentazione del portafoglio (come ribilanciamento semestrale o annuale o eventualmente “a soglie”)

  • Disciplina! Bisogna essere consapevoli in fase di costruzione del portafoglio dei rischi delle varie classi di investimento, dopodiché bisogna avere fiducia nei momenti di mercato più difficili e ribilanciare con disciplina, senza preoccuparsi delle fluttuazioni del mercato.


Passiamo adesso agli aspetti più pratici. Queste sono, a mio parere, le principali classe di investimento da tenere in considerazione (clic per ingrandire in una nuova finestra):


asset_classes


Ognuna di queste classe di investimento ha caratteristiche di rischio/rendimento piuttosto specifiche e pro e contro per essere inserite in un portafoglio pigro. Inoltre ognuna di esse ha diverse categorie sottostanti.


Il Reddito Fisso, per esempio, può essere diviso per “rating”: Risk-Free, Investment Grade, High Yield, Junk/Distressed. Oppure tipologia di emittente (Governativo, Societario), per area geografica, duration (titoli con scadenza minore di 5 anni, minore di 10 o minore di 30) oppure per tipo di tasso/payoff (fisso, variabile, legato all’inflazione). Stesso discorso per l’Azionario, in cui si può dividere per area geografica, per stato di sviluppo delle economie sottostanti (Sviluppate, Emergenti, “Frontier”), oppure per “stili di investimenti” (Small Cap, Value, Quality, High Momentum e via così, abbiamo visto il concetto di Smart Beta qui).


La lista potrebbe essere infinita per ogni classe di investimento ed in teoria si dovrebbe cercare di diversificare il più possibile, cercando di essere esposti a diversi fattori di rischio, possibilmente non correlati. Tuttavia bisogna sempre tenere a mente che i benefici della diversificazione sono marginalmente decrescenti e una volta che si è esposti alle principali classe di investimento viste sopra (ed a livello globale!), aggiungere strumenti o “scendere” nella sub-categorie significa aumentare i costi di gestione del portafoglio (sia per le maggiori commissioni di compravendita, sia per i maggiori commissioni di gestione di fondi che investono in queste sub-categorie), oltre ovviamente alla maggiore complessità di gestire un portafoglio con 300 strumenti, piuttosto che uno con 5.


Inoltre, il fatto di appartenere ad una determinata classe di investimento non significa condividerne la stessa distribuzione dei rendimenti. Ad esempio, i titoli a reddito fisso “high yield” o spazzatura, spesso si comportano molto di più come il mercato azionario (soprattutto nei periodi di crisi), piuttosto che come titoli a reddito fisso privi di rischio. Un metodo statistico per uscire dall’approccio legato alla tipologia di titolo e/o appartenenza geografica e guardare semplicemente a come si comportano le serie storiche è quello basato sull’analisi in componenti principali e l’analisi dei cluster, a cui avevo accennato qui.


Nel prossimo post entreremo nei dettagli delle singole classi di investimento e poi nel terzo ed ultimo post di questa serie vedremo un’applicazione pratica.


 
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Categorie : Asset Allocation Backtest
 
Analisi Fondamentale

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4 Commenti

  • # 1

    Super !!! :-) :D :mrgreen:

  • # 2

    Grande😄
    Sarebbe interessante una spiegazione che chiarisca bene con esempi pratici la differenza tra piano strategico lungo periodo e tattico del breve
    Saluti
    Simone

  • # 3

    Ciao Simone,

    Non credo ci sia un’unica definizione. Come lo intendo io il piano strategico di lungo sta semplicemente ad indicare l’asset allocation più adatta per raggiungere gli obiettivi dell’investitore (in termini di rischio, orizzonte temporale e rendimento); mentre il tattico nel breve può essere sia inteso come raggiungere quell’asset allocation strategica (in termini di convergenza e scelta degli strumenti), sia come deviazioni dall’asset allocation strategica per ridurre il rischio e/o aumentare il rendimento (diciamo in senso “opportunistico”).

    Spero sia stato utile.

    A presto!

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