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Diversificazione del portafoglio

Diversificazione del portafoglio: cosa significa e come la si ottiene?

mercoledì, 5 dicembre, 2012 , ore 11:35 - 39 Commenti

(L’articolo è molto lungo, purtroppo il tempo è molto poco e forse dopo Gennaio non ne avrò del tutto! Di conseguenza preferisco cercare di pubblicare tutti gli articoli che avevo in mente prima di Natale e dividerli mi consumerebbe solo più tempo. Eventualmente qui trovate una versione .pdf dell’articolo: Diversificazione del portafoglio e asset allocation, così la si può salvare/stampare più agevolmente).


Cari lettori, dato che continua ad essere una delle key words più ricercate del blog e tuttavia l’unico post a riguardo era datato e non necessariamente completo, oggi come da titolo provo a tornare sull’argomento diversificazione del portafoglio. Volutamente cercherò di rimanere il più possibile in superficie e mettere in rilievo solo i concetti chiave, infatti l’argomento è vastissimo e in rete si trova di tutto. Inoltre l’intenzione di questo post è solo ed esclusivamente quello di aiutare l’investitore retail a capire il concetto di diversificazione e essere in grado di impostare un portafoglio ragionevole e di conseguenza non voglio entrare troppo nei dettagli tecnici, né in consigli operativi. Infine, non parlerò nemmeno di “tactical” asset allocation, ovvero come scegliere i pesi delle varie asset classes (in parte l’abbiamo visto qui con la risk parity, qui con un lazy portfolio con ribilanciamento annuale “naive” e qui selezionando le asset classes globali in base al momentum.


Il concetto di diversificazione è molto semplice ed intuitivo. Al fine di evitare una riduzione importante (e talvolta definitiva)  del capitale investito a causa di un investimento andato male, è bene non concentrare tutti i risparmi personali in un singolo investimento (o asset class). Il punto focale della diversificazione è quindi la riduzione del rischio. Tuttavia il rischio, come ricordato da Harry Kat in quest’interessantissimo paper riguardante gli hedge funds (non necessariamente collegato a quest’articolo, ma worth reading in ogni caso): “[…]risk is one word, but not one number”.


Il rischio a cui mi riferirò in questo articolo ha principalmente due forme:



  1. volatilità (ovvero dispersione/scostamento dal valore/rendimento atteso per il lungo periodo)

  2. shortfall (mi riferisco letteralmente al termine inglese, ovvero il “trovarsi con meno del dovuto/atteso”)


Tipicamente il primo tipo di rischio viene misurato dalla deviazione standard e il secondo si manifesta soprattutto sottoforma di “drawdown” in prossimità di quando dovremmo rientrare in possesso dell’investimento (statisticamente la probabilità e una stima della “profondità” della shortfall si può approssimare, appunto la cosìdetta expected shortfall o Conditional-VaR, ma non è questo il momento!).


Tuttavia la volatilità e i drawdowns sono semplicemente la manifestazione del rischio, le cause ovviamente sono altre (incertezza su tutte, riguardo il futuro, i fondamentali micro e macro, la probabilità di ricevere indietro i soldi investiti e via così. Inoltre, in genere, sono amplificate dall’emozionalità e irrazionalità dei mercati e dei suoi operatori).


La diversificazione sfrutta il fatto che gli asset tra di loro non hanno una correlazione perfetta (ovvero non si muovono sempre tutti insieme nella stessa direzione e non presentano tutti lo stesso “epilogo”) e di conseguenza il fatto che un investimento “vada male”, può essere compensato da un altro investimento che si muove in direzione opposta.


Senza entrare nei dettagli tecnici, il coefficiente di correlazione semplicemente ci dice qualcosa sulla tendenza di una variabile o un fenomeno a variare in funzione di un’altra variabile o fenomeno (e viceversa, dato che nulla ci dice sul rapporto di causalità delle due variabili!). Il coefficiente di correlazione oscilla tra -1 ed 1. Nel caso di correlazione tra i rendimenti di due asset avremo: nel caso del primo valore (-1) significa che se un asset mostra rendimenti superiore alla sua media, storicamente l’altro ne ha sempre mostrati inferiore alla propria media; nel caso del secondo valore (1) significa che se un asset ha rendimenti sopra la media, l’altro storicamente ha sempre avuto rendimenti superiori alla media e infine nel caso di di un valore pari a zero, significa che al variare del prezzo di un asset, nulla possiamo inferire riguardo il movimento dell’altro asset.


Cercando sempre di non entrare nel tecnico, la correlazione tra assets di un portafoglio ha una forte influenza sul rischio dello stesso, sia in termini di volatilità che drawdown. Minore è la correlazione, minore sarà la volatilità (e verosimilmente il drawdown). Questo si può apprezzare facilmente tramite le formule, in ogni caso per chi non fosse interessato agli aspetti tecnici, qui sotto un piccolo esempio usando due assets (stocks and bonds), con il loro rendimento annuo storico (total return e preso da qui) e i pesi spesso usati in portafogli lazy di lungo periodo (60% per le stocks e 40% per i bonds):


 


Come possiamo vedere il rischio del portafoglio (Portfolio Risk = deviazione standard annualizzata), nel caso in cui la correlazione sia pari ad 1 (perfetta correlazione) abbiamo il massimo della deviazione standard per il portafoglio (15%), se ci muoviamo in basso lungo la colonna della correlazione (fino ad arrivare a -1, perfetta correlazione inversa), il rischio complessivo si riduce fino al 7.8% annuo. Una nota sulla colonna “risk reduction”: quando arriva al 100% non ci dice che non c’è più rischio, ma semplicemente che abbiamo ridotto il rischio al minimo possibile. Come vediamo a parità di rendimento e volatilità attese per le due asset classes, il solo valore della correlazione tra i due asset influenza fortemente il rischio del portafoglio (e il rendimento risk-adjusted come evidenziato dallo Sharpe Ratio). Questa, in sostanza è la forza e il punto chiave delle diversificazione.


Iniziamo con il primo appunto e grosso problema per gli investitori: le correlazioni, purtroppo, non sono statiche ma variano nel tempo (anche a livello di asset classes globali):



Fonte Dati: Bloomberg e Federal Reserve of St. Louis


Inoltre, tipicamente, tendono ad avvicinarsi ad 1 nel momento peggiore possibile, vanificando i pregi della diversificazione nel momento peggiore possibile (ovvero quando “tutto scende”, vedere il bear market del 2009). Tuttavia, alcune tendono ad essere più stabili delle altre (soprattutto a seconda del momento storico) e possono avere solo dei momenti molto brevi in cui crescono tutte insieme. Come rule of thumb, per orizzonti temporali molto ampi: bond (con riferimento ai titoli di stato) e azioni hanno correlazione bassa se non negativa, azioni e oro tendono ad avere correlazione negativa in periodi di alta inflazione e tassi reali negativi, il cash sostanzialmente ha correlazione pari a zero con tutto (soprattutto per come sono strutturati gli strumenti per investirci). Questo piccolo specchietto appena fatto spiega, ad esempio, la forza del Permanent Portfolio o dell’All Weather Portfolio in termini di riduzione di volatilità e drawdown (bellissimi anche quest’articoli su CSS Analytics, soprattutto nella grafica molto esplicativa: Permanent Portfolio e All Weather Portfolio).


Adesso possiamo passare a capire come metterla in pratica. La diversificazione deve avvenire principalmente a tre livelli (ognuno dei quali può avere sub-livelli e che ovviamente tendono a sovrapporsi): tra asset classes, tra paesi ed emittenti e a livello temporale e di liquidità.


Le tre asset classes principali sono azionario (stocks), obbligazionario (bonds) e liquidità (cash). In aggiunta a queste ci sono le cosìdette asset classes alternative, notoriamente: oro, materie prime (commodities: energy, agricultural e precious metals), immobiliare (real estate), hedge funds e private equity/VC. La diversificazione tra asset classes è assolutamente fondamentale: diversificare internamente alla stessa asset class (soprattutto quando si parla di azionario e corporate/HY bonds) spesso ha effetti minimi in termini di riduzione del rischio, proprio perché quando le cose vanno male gli strumenti appartenenti a queste asset classes si correlano positivamente tra loro e rendono la diversificazione poco utile. A riguardo, molto ben fatti questo grafici di GestaltU (Butler, Philbrick, Gordillo & Associates), dal 1995 ad oggi:


 



Fonte: “GestaltU – Butler|Philbrick|Gordillo & Associates – ’2277 Stocks and Still Not Diversified’ ” Link: http://gestaltu.blogspot.com/2012/03/are-you-diversified.html


Come possiamo vedere un portafoglio fatto da Emerging Markets (EEM) + Europe Australia & Far East (EFA) + S&P 500 (SPY) chiamato “All Stock” avrebbe abbassato la deviazione standard solo al 22% (con un annual return del 6% e un drawdown del 59%). Diverfisicando invece tra asset classes (SPY + Gold + Long term Treasuries (TLT)), la volatilità sarebbe crollata all’8%, con un annual return del 9% e un drawdown più che dimezzato e pari al 21%. Questo dimostra i benefici di diversificare attraverso diverse asset classes.


Ovviamente, poi, all’interno della singola asset class si può diversificare ulteriormente. In questo modo iniziamo ad introdurre il secondo tipo di diversificazione, ovvero a livello di emittente e paese. Come visto per l’azionario si può diversificare su diverse macroaree: USA, Euro, UK, Japan & Australia, BRIC, MIST ed emergenti cosìdetti “frontier”. A livello di bond si può diversificare a livello di tipologia di emittente e tipo di cedola (sovereign e corporate, inflation linked, floating-rate e fixed-rate) e a livello di rischio insolvenza/rating: titoli di stato (includendoci anche gli inflation linked), titoli corporate (a rating elevato) e titoli high yield (sia corporate che sovereign). E da qui si può diversificare sempre di più, fino a scendere a livello settoriale e di singoli titoli.


Una piccola nota, poi passiamo al prossimo punto. Investire la porzione azionaria nell’indice italiano non è una buona diversificazione. L’indice italiano rappresenta una scomessa su un paese specifico; non siamo gli Stati Uniti, non siamo una macroarea economica e a livello di capitalizzazione contiamo davvero poco:



Fonte: Elroy Dimson, Paul Marsh, and Mike Staunton, Credit Suisse Investment Returns Sourcebook 2012. Link: https://www.credit-suisse.com/investment_banking/doc/cs_global_investment_returns_yearbook.pdf


Questo non è un consiglio operativo di cosa bisognerebbe fare in questo momento o un parere specifico sull’Italia. Semplicemente, per ottenere un adeguata diversificazione a livello globale, non si può mettere l’intera porzione destinata all’azionario in un indice poco rilevante a livello globale (soprattutto adesso che tramite investable indeces ed ETF si può investire in altri mercati in maniera efficiente e semplice) e con relativamente poche multinazionali rispetto ad altri indici (come l’S&P 500, il FTSE 100 e l’Eurostoxx).


Infine, la diversificazione a livello temporale e di liquidità. Cerco di spiegare meglio cosa intendo per “diversificazione a livello temporale”. Per “time diversification” si intende che la deviazione standard del rendimento per un dato “holding period”, diminuisce con l’aumentare di quest’ultimo (e di conseguenza diminuisce la probabilità di “shortfall”, definita come sopra). Attenzione però: nulla si dice sull’entità dell’eventuale shortfall, quindi nonostante la probabilità e la deviazione standard diminuiscano, non significa che possano seriamente colpire il nostro capitale (vedremo meglio nel prossimo post). Quasi tutte le asset class, ad esclusione di liquidità e risk-free con maturity minore di 1 anno, oltre ad avere correlazioni instabili nel breve, hanno bisogno di tempo prima di allinearsi al proprio rendimento atteso nel lungo periodo. Chiaramente, per chi non volesse prendere scommesse direzionali e/o usare strategie dinamiche, l’azionario, l’immobiliare, le commodities, i bond a media/lunga scadenza, gli high yield bonds, l’oro ed eventuali investimenti in  HFs/private equity richiedono necessariamente un orizzonte temporale piuttosto lungo (ripeto, vedremo cosa significa “abbastanza lungo” nel prossimo post, ma prendiamo come approssimazione qualcosa  che va dai i 10 anni in poi). Bottom line: se per motivi personali, ovvero propensione al rischio o insicurezza riguardo quando potrebbero servire i soldi investiti (ovvero riguardo l’ampiezza dell’orizzonte temporale dell’investimento), bisogna tenere in conto che per ricevere i benefici della diversificazione nella sua interezza, allora l’orizzonte temporale gioca un ruolo fondamentale e dev’essere necessariamente lungo. Come detto, le uniche asset classes che possono essere vendute in praticamente qualsiasi momento con effetti minimo sul prezzo (i.e. liquide) sono sostanzialmente treasuries (risk-free) a breve e liquidità.


Concludo passando a qualcosa di più operativo. Da ora in poi però sottolineo che includo opinioni prettamente personali, quindi possono essere del tutto sbagliate: criticate e commentate pure. La diversificazione minima dev’essere fatta includendo queste tre asset class: stocks, bonds e liquidità. Soprattutto l’ultima, mi preme dirlo, è molto rilevante e nonostante dipenda dalla propria propensione al rischio, deve sempre rappresentare una parte rilevante del portafoglio (specialmente se si applica un qualsiasi tipo di strategia dinamica). Questo perché situazioni inattese possono sempre capitare e la liquidità, come detto, è l’unica a non aver bisogno della cosìdetta “time diversification”.


Se il capitale non lo permette (e considerando che i benefici della diversificazione hanno una marginalità decrescente, ovvero più aggiungo assets, meno la riduzione del rischio sarà evidente), a livello di stocks si può semplicemente diversificare partendo con: un’indice come l’MSCI World, per poi iniziare a dividere il capitale per le macroaree viste sopra (US, EAFE, EM) fino appunto a singoli indici/azioni.  A livello di bonds si può iniziare con indici globali su titoli di stato, poi paesi specifici iniziando dai risk free (in questo momento storico USA e Germana su tutti), fino ad arrivare a singole entità/paesi più rischio e infine HY. Importante anche diversificare a seconda della duration (il bond laddering per esempio è una strategia molto semplice e che permette ad investitori retail di ridurre rischio tassi e yield curve, senza dove prendere scommesse direzionali). Infine a livello di liquidità si può diversificare tramite ETF, PCT, conti deposito e via così.


Altre asset classes che aggiungerei, almeno in una piccola porzione, sarebbero oro, commodities e immobiliare. Infine per chi non ha particolari constraints sulla liquidità (e se li può permettere) ci sono fondi PE ed hedge funds, che spesso offrono una buona diversificazione e bassa correlazione con il resto delle asset classes (anche se per gli HFs dipende dalle strategie).


Altra piccola nota, soprattutto per gli investitori in Italia: spesso (tolta la prima casa) si finisce sovraesposti sull’immobiliare e spesso nella stessa nazione, appunto l’Italia, e città (esperienza personale con parenti). Questa non è una buona idea in termini di diversificazione (per usare un eufemismo), soprattutto considerato l’illiquidità, i costi diretti e indiretti e la ciclicità di questo settore. Se proprio si vuole aumentare la propria esposizione sull’immobiliare (escludendo, come detto, la prima casa) si può investire in indici real estate globali (tramite fondi, REIT o ETF), oppure diversificare comprando immobili anche in altri paesi.


Concludo dicendo che l’ultima parte della diversificazione avviene anche nella scelta degli strumenti, che ovviamente possono esporre a rischio controparte (soprattutto per assets finanziari e/o senza collaterale), in sostanza se si investe con la stessa casa di gestione quando si usano i fondi, ovviamente si è esposti almeno in parte al fallimento di quest’ultima. Il motto, capitale permettendo, è sempre: “don’t put all the eggs in one basket.


Qualsiasi commento e domanda, sia per chi è interessato agli aspetti più tecnici, sia per chi non avesse capito qualcosa, sia per chi ha critiche/consigli è sempre un piacere.


Link utili:


Ottimo articolo di CSS Analytics per qualche calcolo “quick and dirty” a riguardo: http://cssanalytics.wordpress.com/2012/07/16/diversification-and-risk-reduction/


Interessante articolo di quanto detto finora da parte di GestaltU: http://gestaltu.blogspot.com/2012/05/diversification-still-only-free-lunch.html


Articolo di Bertoncello che ricalca molti degli argomenti coperti oggi: http://investitoreaccorto.giuseppebertoncello.com/2007/07/23/asset-allocation-un-vademecum-per-l-investitore/


 
 
Analisi Fondamentale

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39 Commenti

  • # 1

    Articolo tecnicamente ineccepibile,ma poco pratico per un retail. Cio’ che penso possa interessare e’ la diversificazione tra tasso fisso e variabile, duration e settori (corporate,bancari,titoli di stato).

  • # 2

    Ciao Carmela, grazie mille del commento.

    Pensa che l’intenzione era farlo il più fruibile possibile anche (se non esclusivamente) per gli investitori retail. :/ Se posso chiedere, come mai lo consideri poco pratico?

  • # 3

    Hi Ric,

    hai bevuto la porzione magica??

    Sei tornato uguale uguale al Ric degli esordi: sintetico, icastico, logico ed efficace!!

    Congratulations!

    Sul discorso obbligazioni, di seguito due interessanti links che mettono un pò di pepe:

    http://www.myplaniq.com/articles/20120624-long-term-treasuries-better-hedge-for-stock-investments-than-corporate-muni-bonds/

  • # 4

    http://bhjadvisors.com/blog/2012/07/17/corpbonds/

    Ciao! :D

    Fab

    PS un ulteriore commento e una domanda in un prossimo post!

  • # 5
  • # 6

    Chi è Jason Zweig:

    http://www.jasonzweig.com/bio.html

    Ciao!

    Fab

    PS anche perchè statisticamente a livello di performance il settore hedge fund nella sua globalità non è messo bene, more or less come i fondi comuni!!

    Ma guarda caso quegli hedge funds in cui i partners investono gran parte del proprio patrimonio vanno molto meglio, che strana coincidenza..!!

  • # 7

    Per quanto riguarda il discorso casa, anche sulla prima casa da un punto di vista squisitamente finanziario molto spesso è un investimento che lascia a desiderare:

    1)http://www.getrichslowly.org/blog/2010/01/27/does-renting-make-sense/

  • # 8

    Dimenticavo di aggiungere la mia solita espressione: per usare un eufemismo!!

    2)“Always remember that an Investment is the deferral of present consumption for future consumption, and if anything qualifies as present consumption, it is a residence.

    A home or condominium’s price should increase over time. How much? The best data on house prices suggest that, after taking inflation into account, the answer is slim to none.

    Home ownership is not an investment; it is exactly the opposite, a consumption item. After taking into consideration maintenance costs and taxes, you are often better off renting.

    A vacation home makes little financial sense unless you are leasing it out for most of the year. So if you must have a place in the mountains or on the beach, rent, do not buy.

    When you spend your own money to buy your house, you are using your financial capital which could be invested in something else more profitable.

    A good “Rule of Thumb” is never paying more than 15-year rent for any type of house for residential use. Why 15 years? Because a gross rent yield must give 6.7% per annum (annual rent / purchase cost house), net of taxes and maintenance costs is approximately 4% annually, which is in turn equal to the average return on net ( over 15 years ) a portfolio with a 50/50 mix of equity index funds and government bonds with a maximum rating over .”

    Source:

    http://www.amazon.com/The-Investors-Manifesto-Prosperity-Armageddon/dp/0470505141

    by William J. Bernstein.

  • # 9

    Peccato che non trovo un link del Globalista col grafico storico dei rendimenti mattone vs azionario. Ovviamente l’azionario vinceva!

    Ma poi a parte tutto basta un ragionamento semplice semplice: se sull’azionario quando non si compra a sconto ( 25%/30% in meno rispetto al valore intrinseco ) e si compra a un livello di lieve sopravvalutazione, spesso e volentieri il rendimento finale dell’investimento non è niente di chè, figurarsi fare la stessa cosa con un singolo immobile, ci vorrebbero dei drivers demografici ed economici supersonici per arrivare ad avere una qualche soddisfazione!!

    Ovviamente massimo rispetto per il fattore emozionale relativo all’acquisto di un immobile ma finanziariamente diciamo che spesso e volentieri non è da investitore intelligente!!

    Tu o qualche altra persona mi potrai dire: ma perchè questo accanimento contro l’investimento immobiliare? A parte il discorso logico appena esposto, conosco famiglie che sull’immobiliare si sono dissanguate per ignoranza finanziaria!! Magari se si sapevano fare due conti ed erano meno materialiste si sarebbero parate il culo!!

    L’altra faccia di essere troppo greed!!!!

    Ciao!

    Fab

  • # 10

    DOMANDA:

    ma su particolari asset class ( junk bonds, value small caps, ecc.. ) per le quali ci sono solo ( in Italia ) ETFs sintetici e in un’ipotesi di asset allocation strategica di lungo periodo ( 30 anni ) da ribilanciare una volta l’anno, tu che faresti? Inseriresti comunque ( anche in un’ottica di lungo termine ) gli ETFs sintetici pur di coprire asset class particolari?

    And that’s all from me!

    Ciao! :D

    Fab

  • # 11

    Dimenticavo! Utile intregrazione per i lettori che vogliono approfondire un pò:

    1)Tutorials di Investopedia su rischio e diversificazione:

    http://www.investopedia.com/university/risk/default.asp#axzz1dgzOuyIo

  • # 12

    2)Tutorials di Investopedia su Concetti Finanziari collegati alle tematiche di cui sopra:

    http://www.investopedia.com/university/concepts/#axzz2ELcZz2VW

    Ciao!

    Fab :D

  • # 13

    Per quanto riguarda:

    “Peccato che non trovo un link del Globalista col grafico storico dei rendimenti mattone vs azionario. Ovviamente l’azionario vinceva!”

    Non era proprio quello che cercavo perchè in effetti quel grafico era tratto da uno splendido report ( fatto benissimo ) di Borsaexpert (by S. Gaziano )che non lo trovo più, ma qualcosa di simile sul Globalista c’è ( non ricordavo così male!! ) ed eccola qua:

    “Casa dolce casa”
    Alla ricerca di porti sicuri. Il più amato dagli italiani è l’immobile, che gode di una fama esagerata, fondata su convinzioni che contrastano con la realtà dei fatti….

    http://ilglobalista.investireoggi.it/casa-dolce-casa-404.html

    Ciao e buona domenica!

    Fab :D

  • # 14

    Ciao Fab, grazie di tutti i link. Per quanto riguarda la domanda sugli etf sintetici, io non avrei grossi problemi ad usarli. Ovvio che si è esposti a rischio controparte (anche se mitigata), ma d’altronde non hanno traballato nemmeno per un minuto durante la peggiore crisi finanziaria dal ’29 ad oggi (o forse anche peggio di quella), per cui non lo vedo come un problema così grande come alcuni vorrebbero ventilare.

    A presto!

  • # 15

    Hi Ric,

    figurati! Peccato non aver trovato quel report di Borsaexpert, lo avevo conservato ma non lo trovo!! Pazienza!

    Comunque grazie della risposta sugli ETFs sintetici!!

    Secondo me comunque la verità è una via di mezzo!

    1) A una mia domanda ( sept. 2011 ) a William Bernstein sulla proliferazione oltre misura degli ETFs sintetici in Europa, lui mi rispose così:

    “if so, that’s an enormous problem. one of my unspoken prime directives is to avoid derivatives. period. how well you do in the long run is in very large part due to how well you do in the worst states of the world, and when those come around, you want to own securities, and not the promises of counterparties.”

    2) Di seguito un altro interessante punto di vista sull’argomento:

    http://finance.yahoo.com/news/european-synthetic-etfs-under-fire-110038081.html

    Ciao!

    Fab

  • # 16

    Altro articolo fresco fresco ancora con le branchie rosse:

    http://www.efinancialnews.com/story/2012-12-03/etf-explosion-deserves-detailed-regulatory-focus

    Ariciao!

    Fab :D

  • # 17

    Errore: non era fresco fresco ma neanche avariato!!

  • # 18

    Ciao Fab, in linea di massima concordo con la linea di Bernstein; però il mio punto è che anche gli etf “fisici” spesso son gestiti in parte come sintetici (e idem con gli index funds, dove c’è una certa flessibilità) e soprattutto che se nulla è successo durante la peggior crisi finanziaria da decenni a questa parte, con fallimenti delle maggiori controparti (LB e AIG), pur prendendo le dovute precauzioni, non lo vedo come rischio eccessivo (oltre al fatto che alla favoletta demagogica dei derivati come strumenti di distruzione di massa mi è sempre andata un po’ di traverso :D).

  • # 19

    1)Si ok Ric, comunque ti ho segnalato Bernstein per dovere di cronoca ( avevo comprato i suoi due più importanti testi e nell’email che gli avevo inviato a parte doverose congratulations, gli feci anche altre domande e una delle quali vertiva sulla tematica ETFs sintetici e appunto per dovere di cronoca ho riportato integralmente la sua risposta!) ma le osservazioni più significative sono all’interno del link segnalato al punto due dove si nutrono seri dubbi sulla tenuta della massa critica relativamente a svariati ETFs sintetici!!

    2)Si ok il prestito titoli lo fanno anche con gli ETFs fisico ma gli swap per la replica virtuale è una caratteristica intrinseca degli ETFs sintetici e comunque il punto critico rimane per me quello segnalato al punto 2!!

    3)Per quanto riguarda: “(oltre al fatto che alla favoletta demagogica dei derivati come strumenti di distruzione di massa mi è sempre andata un po’ di traverso :D ).”

    Diciamo che non sono strumenti di distruzione di massa per definizione perchè storicamente erano nati con ben altre finalità, comunque nei tempi moderni ( lo ha permesso la leglislazione e chi li maneggiava ci ha messo la malafede!!) hanno contribuito a qualche bel disastro:

    Quei diavoli di derivati. Bugie e segreti dello strumento finanziario più controverso [Brossura]
    Nicholas Dunbard (Autore)

    La storia segreta delle innovazioni finanziarie e di come le banche d’investimento abbiano inventato nuovi prodotti, di come gli investitori siano stati corteggiati perché acquistassero questi nuovi prodotti; di come le autorità che avrebbero dovuto controllare siano state sedotte dalle ricompense e dai ritorni politici del credito facile e di come gli speculatori siano riusciti a guadagnare cifre iperboliche da un quasi collasso del sistema finanziario mondiale. L’autore spiega come i banchieri abbiano creato un meccanismo da migliaia di miliardi, che ha distribuito mutui ipotecari anche a chi non poteva permetterseli e ricchezze da sogno agli innovatori finanziari. Come è potuto succedere tutto questo? Perché la gente è arrivata a fidarsi di strumenti finanziari pressoché arcani? Chi erano i banchieri che competevano per costruire un meccanismo via via più complicato e inarrestabile, sino al crollo finale e ai salvataggi forzati? Provocante e avvincente, il libro getta luce sulle forze che hanno causato la più grave crisi dai tempi della Grande depressione. Prefazione di Valter Lazzari……

    http://www.amazon.it/diavoli-derivati-strumento-finanziario-controverso/dp/8823833280/ref=sr_1_fkmr1_2?ie=UTF8&qid=1355408861&sr=8-2-fkmr1

    Ciao!
    :D

    Fab

  • # 20

    Dimenticavo!

    Chi è Nicholas Dunbard:

    http://www.nickdunbar.net/about/

    Ariciao!

    :D

    Fab

  • # 21

    Non concordo affatto nell’ultimo punto, son solo stati un mezzo che eventualmente ha accelerato il tutto (sia nella creazione della bolla, che nella sua implosione), ma è l’utilizzo che se ne fa e se n’è fatto che può essere errato (in quanto oggettivamente spesso complicati e quindi utilizzati male da persone che non li capiscono).

    Ma non sono certo i derivati la causa della creazione e dell’esplosione di questa bolla o di qualunque altra (e nemmeno della sua propagazione, si sarebbe trovato comunque un altro modo o sarebbe stata semplicemente più lenta a crescere).

    Ovviamente non ho letto il libro (e ho già tanti arretrati!), ma se in futuro avrò tempi magari ti faccio sapere cosa ne penso.

  • # 22

    Hi Ric,

    anche le guerre vere e proprie si fanno con i mezzi ( le armi ) per conquistare potere e conseguenti profitti!!

    Io avevo scritto:

    “comunque nei tempi moderni ( lo ha permesso la leglislazione e chi li maneggiava ci ha messo la malafede!!) hanno contribuito a qualche bel disastro:…”

    Ergo: non li ho identificato come causa ma come mezzi perchè le cause secondo me sono quelle che ho menzionato fra parentesi!!

    E comunque di seguito due interessanti articoli sui famigerati derivati:

    1) http://www.nickdunbar.net/articles-and-reviews/risky-finance-weapons-of-mass-deception/

  • # 23

    2)http://www.segretibancari.com/macroeconomia/crisi-delleuro-la-versione-di-gian-luigi-de-marchi/

  • # 24

    The most meaningful review of the book by Nick Dunbar “The Devil’s Derivatives: The Untold Story of the Slick Traders and Hapless Regulators Who Almost Blew Up Wall Street… and Are Ready to Do It Again”:

    A genuine expert on the structured products at the heart of the crisis who is not afraid to tell the truth about just how harmful they were. Dunbar has spent his career in the structured-finance trade journals, which sets him apart from all the authors who had to try to work out what on earth was going on only after the world started falling apart. More importantly, Dunbar was one of the best-sourced journalists in the field long before the financial crisis hit…To know what people were thinking in the years when the sector was booming, when the seeds of disaster were being planted, you needed to be talking to them at the time. And that’s exactly what Dunbar was doing.

    Felix Salmon , Reuters magazine

    Source: http://www.nickdunbar.net/devils-derivatives/

    Ciao!

    :D

    Fab

  • # 25

    Dimenticavo!!

    “Lest We Forget: Why We Had A Financial Crisis”

    The $200 billion was a mere drop in the ocean of derivatives which in 2007 amounted to three times the size of the entire global economy…..

    http://www.forbes.com/sites/stevedenning/2011/11/22/5086/

    Ciao!

    Fab

  • # 26

    No Fab, non mi trovi affatto d’accordo su questo.

    Guerre tra chi? Due dei maggiori e più profitevoli istituti finanziari della storia sono scomparsi dalla circolazione (LB e BS), altri minori (Northern Rock per fare un esempio) son falliti, altre assorbite (ML, Wachovia e via così), altre ridotte in dimensioni e smantellate. Addirittura le due banche d’investimento più potenti e profittevoli degli ultimi anni, GS e MS, sono bank holdings companies e non più banche d’investimento. Le banche di profitti ne hanno visti e ne stanno vedendo ben pochi, soprattutto se non giocano con i DVA. Il numero di hedge funds falliti poi non ne parliamo (al massimo Paulson e qualche altro hedge fundd a suo tempo è riuscito a fare profitti, ma sta restituendo tutti con tre anni di performance pessima). Infine, in generale il settore finanziario è quello più in crisi in termini di perdite di posto di lavoro, quindi non vedo veramente che guerra abbiano fatto e anche fosse, di sicuro non l’hanno vinta.

    L’unica cosa giusta sull’articolo di segretibancari.com è che la crisi è stata generata in buona parte dall’eccessivo debito, il resto non concordo per niente (non ne parliamo sul fatto che la crisi possa essere stata causata/peggiorata o addirittura evitata con lo stop delle vendite allo scoperto! Anzi il ban ha reso tutto peggio, diminuendo la liquidità nei momenti meno opportuni. Ma bisogna stare sul mercato per accorgersene!).

    Infine, la storia che i derivati sono 3 volte il PIL mondiale è altra demagogia spicciola. Tolto il fatto che il nozionale è 10 volte il PIL mondiale se vogliamo essere precisi, bisogna considerare il market value e soprattutto fare il netting e si arriva a una cifra intorno ai 3.7 trilioni di dollari (http://www.bis.org/publ/otc_hy1211.htm), ovvero 1/5 del PIL USA (1.5% del PIL mondiale). Senza contare che chiaramente non tutti esplodono allo stesso momento, per ovvi motivi di correlazioni inverse tra diversi assets. Se l’azionario mondiale perdesse il 50% hai “bruciato” molto più di quelle cifre.

    Comunque, come sai di queste cose chiacchiero ben volentieri, però semmai facciamo via mail! Così non usciamo troppo dal “topic” di quest’articolo! ;-)

  • # 27

    Hi Ric,

    1) per quanto riguarda:

    “Guerre tra chi? …”

    IO AVEVO SCRITTO:

    “anche le guerre vere e proprie si fanno con i mezzi ( le armi ) per conquistare potere e conseguenti profitti!!

    Io avevo scritto:

    “comunque nei tempi moderni ( lo ha permesso la leglislazione e chi li maneggiava ci ha messo la malafede!!) hanno contribuito a qualche bel disastro:…”

    Ergo: non li ho identificato come causa ma come mezzi perchè le cause secondo me sono quelle che ho menzionato fra parentesi!!”

    Ergo per la seconda volta: il punto era la distinzione fra mezzi e causa per rendere chiaro il mio punto di vista e quindi il discorso “Guerre vere e proprie..” era usato come metafora, per analogia e non mi passava manco per l’anticamera del cervello andare a sindacare chi nel settore finanziario bancario ha fatto la guerra a chi e per cosa!! Perchè ripeto il punto era la distinzione fra mezzi e causa!! Lo davo per scontato!!

    2) Per quanto riguarda:

    “Infine, la storia che i derivati sono 3 volte il PIL mondiale è altra demagogia spicciola….”

    Io ero andato a controllare fra i post dell’articolo su questo punto:

    Hi – The link to from sentence “the ocean of derivatives which in 2007 amounted to three times the size of the entire global economy.” does not connect to an authoritative source that backs up the claim. Please post a link to solid evidence. This is such a fundamental part of the argument that I hesitate to refer people to it (and I would very much like to do so) without an authoritative source.

    Risposta dell’autore dell’articolo Steve Denning:

    “Thanks for your comment. The link in the article is to a quote from Roger Martin, Dean of the Rotman School of Management at the University of Toronto.

    You can find more on the size of the derivatives market here:
    http://www.siliconvalleywatcher.com/mt/archives/2008/10/the_size_of_der.php

    This article puts the size of the derivatives market at USD 1,144 trillion. The GDP of the entire world is USD 50 trillion. Thus USD 1,144 trillion is 22 times the GDP of the whole world.

    What does this mean really? The article continues: “Whilst outstanding derivatives are notional amounts until they are crystallised, actual exposure is measured by the net credit equivalent. This is normally a lower figure unless many variables plot a locus in the wrong direction simultaneously. This could be because of catastrophic unpredictable events, ie, “Black Swans”, such as cascades of bankruptcies and nationalisations, when the net exposure can balloon and become considerably larger or indeed because some extremely dislocating geo-political or geo-physical events take place simultaneously.”

    Overall, “three times world GDP” seems a fairly conservative estimate.”

  • # 28

    3) Per quanto riguarda:

    (non ne parliamo sul fatto che la crisi possa essere stata causata/peggiorata o addirittura evitata con lo stop delle vendite allo scoperto!)

    Non lo dice ma dice verso la fine chiaramente:

    “Certo, non è il solo prestito titoli ad aver creato la crisi, poiché è possibile vendere allo scoperto un derivato senza prendere a prestito nulla”

    Poi alla fine riassume:

    a)le banche tornino a fare le banche e non finanza creativa
    b) porre un limite all’utilizzo dei derivati e alle vendite allo scoperto
    c) basta prestito titoli da parte degli investitori istituzionali

    Io l’ho letto il libro di De Marchi e i punti b e c sono una conseguenza del punto a) che prevede una profonda riforma del sistema bancario dove si reintroduce la separazione netta fra banche d’investimento e banche commerciali e quindi un addio definitivo al business model “banca universale” che ha portato solo disastri!!

    Ciao!

    Fab

    PS all’interno del link segnalato relativo a quest’articolo fra i post c’è ne sta uno a nome mio. Vorrei precisare che dopo circa tre mesi ho avuto un paio di scazzi seri con l’autore di quel sito che pur di vendere la sua roba alcune volte si inventa delle balle clamorose e quando colto in castagna ti bandisce a vita ( un meschino !! ), per cui non ha per niente la mia ammirazione ma ovviamente Gian Luigi De Marchi ( l’intervistato ) l’autore del libro che avevo comprato e letto rimane per me una persona seria e preparata!!

  • # 29

    1) Ah ok, non avevo capito :D
    2) Continuano a sembrarmi sbagliate quelle cifre e quel ragionamento (peraltro, ripeto, mi sembra che ci siamo passati tramite la catastrofe finanziaria!). Questo il report ufficiale: http://www.bis.org/publ/otc_hy1211.pdf , a pagina 1 c’è il grafico dove si riporta il gross credit exposure (che ripeto, è quello che conta) ed è di circa $3.7 trilioni, che come detto è circa l’1.5% del PIL Mondiale.
    3) Per carità, lui non lo conosco, dico solo che se quello è il riassunto e le conclusioni (i.e. porre un limite a utilizzo dei derivati e vendite alle scoperto più fermare il prestito titoli tra istituzionali), a me sembra del tutto sbagliato e soprattutto inutile.

  • # 30

    Hi Ric,

    mi sembrava che alla fine mi lasciavi nel mio brodo, invece sei stato battagliero!! Congratulations!!

    Davvero le ultime battute molto icastiche sull’argomento!!

    1) Sul punto due è questione di punti di vista: siamo sempre là ( come nel caso Debito Pubblico/PIL… ),ci sono i fatti e le interpretazioni dei fatti, fra le altre cose nell’articolo del mio ultimo link segnalato (siliconvalley… )al punto 8:

    “The population of the whole planet is about 6 billion people. So the derivatives market alone represents about USD 190,000 per person on the planet.”

    ( data: ottobre 2008 )

    2) Ripeto: le conclusioni che tu metti fra parentesi non sono le sue conclusioni sono dei punti consequenziali del punto a) ( ripeto!!) che prevede una profonda riforma del sistema bancario dove si reintroduce la separazione netta fra banche d’investimento e banche commerciali e quindi un addio definitivo al business model “banca universale” che ha portato solo disastri!!

    Il senso logico qual’è?

    Che con una riforma del genere e con l’introduzione di conseguenti vincoli operativi per le banche d’investimento queste ultime nel medio e lungo termine saranno più portate a finanziare investimenti veri e propri ( in epoca di globalizzazione e con il peak dell’oil, diciamo che i paesi occidentali strategicamente ne hanno un grande bisogno, altrimenti ce la prendiamo in quel..) piuttosto che fare magie con sofisticati sistemi di ingegneria finanziaria tramite le quali si producono i soldi sui soldi senza apportare alcun valore aggiunto all’economia reale ma solo enormi, spaventosi arricchimenti per una ristrettissima, micro ( per usare un eufemismo!! ) elite!!

    ( Steve Denning nel suo articolo dice qualcosa al riguardo: la crisi per middle management e impiegati, i Capoccia con la C maiuscola mangiano e stramangiano come prima e più di prima!! )

    Ciao!

    Fab

    PS è stato un piacere confrontarmi con te che sei davvero una persona seria e molto preparata!! E comunque questa sarà l’ultima volta su questo Blog!!

  • # 31

    Hola Fab, ci mancherebbe, sempre un piacere anche qui sul blog, era giusto per rimanere in tema ;-)

    Comunque, riguardo il punto 1), ripeto, i fatti sono che la cifra da prendere in considerazione per i derivati è $3.7 trilioni, non $1140 trilioni, quindi quella cifra precapita, sarebbe $616, tolto il fatto che non ha questo gran significato comunque!

    Sul punto 2), si può pure riformare il sistema bancario e concordo al 110% che ce ne sia bisogno e al 120% che l’universal banking abbia fallito come business model (basti pensare che le boutique investment banks son passate quasi illese dalla crisi), ma che uno dei metodi per realizzarlo e per rendere, peraltro, migliore l’economia reale sia fermare la “finanza creativa”, lo short selling e il prestito titoli, secondo me semplicemente non ha senso ;)

  • # 32

    Hi Big Ric,

    il mondo è bello anche perchè siamo diversi e quindi abbiamo opinioni diverse frutto di diversi punti di vista!!

    C’è chi da business insider la vede in un modo e chi in un altro modo, c’è chi da business outsider vede bianco, chi vede grigio e chi vede nero e via discorrendo..!!

    D’altronde se uno ci pensa la varietà è il sale della vita ;-)

    Ciao!

    Fab

  • # 33

    Per carità, delle divergenze e opinioni diversi ci son sempre!! A presto Fab ;-)

  • # 34

    Cosa ne pensi della diversificazione valutaria? Può essere valida?
    Ci ho pensato un po’ su, e non ne sono convinto. Come dice l’articolo di GestaltU che hai linkato, asset decorrelati non vuol dire che uno cresce e l’altro scende, ma che entrambi crescono in maniera slegata tra loro (passami il termine). Ma per le monete non è così: se la tua cresce, l’altra si svaluta, e viceversa.
    Fare previsioni sul fatto se una moneta di rivaluterà o meno nel tempo rientra nel campo di prevedere il futuro, che come sappiamo è impossibile. Credo che l’unico motivo valido sia se si creda a un possibile collasso della propria moneta.
    Altra considerazione: sempre dall’articolo di GestaltU, vediamo che aumentare il numero di asset all’interno della stessa classe aumenta solo di poco la diversificazione. Per cui per es. dovendo scegliere (in via del tutto ipotetica) un unico indice azionario in cui investire, non c’è molta differenza tra (sempre per esempio) l’eurostoxx50 e l’MSCI World. Anzi, forse il primo ha minori costi intinseci dovendo gestire un numero minore di azioni. E il secondo è esposto a valute diverse. Quale scegliere quindi?
    Grazie in anticipo per la risposta (e complimenti per il blog).

  • # 35

    Ciao Fabio,

    Io in maniera un po’ naive l’ho sempre considerato relativamente poco il rischio cambio, proprio perchè come dici tu è una previsione molto difficile da fare. Tieni conto però che tanti fondi e adesso anche gli ETF offrono versioni “hedged”, proprio per eliminarlo del tutto e prendersi solo la performance effettiva dell’assets (per quanto aumentino leggermente i costi di gestione).

    Tuttavia, anche in maniera semplice operando sullo spot, ci si può proteggere abbastanza facilmente al giorno d’oggi (o se parliamo di capitali importanti e quindi qualche relazione con il private banking del proprio broker, fare un forward costa niente).

    Riguardo la seconda domanda, il beneficio della diversificazione ha sicuramente un’utilità marginale decrescente, ovvero in parole pavore: più aumento gli assets, man mano sempre minori saranno i benefici della diversificazione. Però attento a non confondere numero di assets con caratteristiche degli assets. Se dovessi scegliere un solo indice, farei MSCI World, altrimenti con l’Eurostoxx prendi una decisione ben specifica su un’area geografica.

    Come detto sull’articolo, io farei MSCI World, se poi si vuol diversificare di più allora fai Area Euro + USA + Japan + Emerging e poi eventualmente si aumenta ancora la diversificazione (USA e Europa per Style, Emerging in BRIC + MIST + Frontier e via così); ovviamente sempre se si vuole rimanere su un approccio “lazy” e non prendere scommesse direzionali. Ricordati che la correlazione dice qualcosa sul segno dei co-movimenti, ma nulla sull’entità di questi movimenti. MSCI World e Eurostoxx 50 hanno correlazione alta, ma la sottoperformance dell’ultimo è evidente e avrebbe rappresentato una scommess direzionale:

    http://img651.imageshack.us/img651/2295/comparisonp.jpg

  • # 36

    In un certo senso fai una scommessa su un’area geografica anche con l’MSCI World, dato che più del 50% sono asset USA…

    :-)

  • # 37

    Verissimo, tant’è che almeno il primo passo (Euro + USA + Japan + Emerging) lo farei :D Anche perchè gli indici cap-weighted non sono in genere ottimali (sostanzialmente hanno un tilt “growth” invece che “value”). ;-)

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