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Titoli value: sono davvero più rischiosi? (Pt. 1)

I titoli value hanno storicamente performato meglio, ma il rischio è davvero maggiore?

lunedì, 19 agosto, 2013 , ore 15:30 - 14 Commenti

Cari lettori, con un po’ di ritardo rispetto a quanto promesso nell’ultimo articolo, eccomi finalmente di ritorno con uno nuovo.

Oggi torno un po’ alle origini del blog e parliamo di value investing e dei suoi rischi. I titoli “value” nella loro accezione più semplice (quella di Graham e Dodd, per far riferimento ai primi fautori di questa filosofia di investimento), sono quelli che risultano “cheap” rispetto ai loro fondamentali. Ovvero quei titoli che hanno (quantomeno rispetto alla media degli altri) bassi valori di multipli come il P/BV, il P/E, l’EV/EBIT, l’EV/FCF o qualsiasi altro rapporto si voglia usare (oppure, ovviamente, valori alti dei loro reciproci, ovvero E/P, BV/P, FCF/EV e via così). Da contrapporre ai titoli value sono quelli definiti “growth”, ovvero cari rispetto ai proprio fondamentali (in genere perchè sono attesi elevati tassi di crescita).


La sovraperformance dei titoli value negli anni è stata davvero notevole e diversi sono stati gli investitori che ne hanno beneficiato fortemente (soprattutto quando si è unito il fattore value ai titoli dai fondamentali solidi e un lungo orizzonte temporale). Dal più illustre, Warren Buffett con il suo socio Charlie Munger, passando per tutta la “classe di Graham e Dodd” (quelli di “Graham-and-Doddsville“), Templeton, Browne, fino ai più “recenti” Marks (anche se spesso più “attivo” nel fixed income), Klarman, Eveillard, Gabelli, Pabrai, Tilson, Montier, Greenblatt e chissà quanti altri me ne dimentico.


Tuttavia mentre sulla sovraperformance di questi titoli ci sono pochi dubbi, sulle cause che hanno comportato ciò il mondo della finanza è tuttora diviso. Una parte del mondo accademico, capitanata dai professori di Chicago Fama e French, ritiene che i mercati siano efficienti (o quantomeno tendenti all’efficienza) e di conseguenza ritiene che ogni fonte di sovraperformance debba provenire dall’esposizione ad un rischio maggiore (da cui, appunto, ne deriva un premio al rischio maggiore). L’altra schiera del mondo accademico (con particolare riferimento a Lakonishok, Shleifer e Vishny) anche grazie al crescere della popolarità della finanza comportamentale e i progressi nel campo delle neuroscienze cognitive, ritiene invece che questa sovraperformance sia causata da bias psicologici degli investitori, che portano a sovrastimare il potenziale di crescita (e la sua persistenza) nei titoli growth e sottostimarla nei titoli value. Quando la crescita realizzata risulterà minore di quella prevista nei titoli growth e maggiori nei titoli value, questo comporterà pressioni sul prezzo al ribasso nel primo caso e al rialzo nel secondo, con conseguente sovraperformance dei titoli value. Di questo partito sono anche la maggior parte dei practitioners e investitori citati sopra (sicuramente anche per raison d’etre) a cui però spesso aggiungono anche l’idea che non solo i titoli value performino meglio sul lungo periodo, ma che questa sovraperformance arrivi anche con un minor rischio.


Questa contraddizione nasce anche da una definizione di rischio diversa nelle due “fazioni”. Spesso mi piace citare la frase del Professor Harry Kat “risk is one word, but it is not one number” ed da qui che probabilmente provengono le differenti conclusioni tra accademici e practitioners.


In ambito accademico il “rischio” è definito spesso come deviazione standard, ovvero più un investimento è volatile, più questo è rischioso. L’idea è che una maggiore volatilità comporti una minore prevedibilità e una maggiore incertezza riguardo il futuro (ovvero, un investimento risk-free con deviazione standard 0% e rendimento 3%, alla fine dell’anno so “con certezza” che mi renderà il 3%; un investimento con deviazione standard 10% e rendimento 5%, avrà un rendimento nel 95% dei casi e ipotizzando una distribuzione normale, compreso tra -15% e +25%, una differenza enorme!).


Tuttavia la maggior parte dei practitioners non è d’accordo con questa definizione di rischio e, rubando le parole a Graham, lo definisce come “a permanent loss of capital” (una distruzione definitiva del capitale investito), con l’idea che le fluttuazioni, soprattutto nel breve termine, contino poco e quel che conta è proteggere ed accrescere il capitale il più possibile. Di conseguenza, in base a questa defizione, ci si concentra di più su rendimento totale e drawdown (e sulla loro relazione!). Questo nasce anche dall’idea che ad un investore interessi poco della “volatilità al rialzo”, ovvero se due titoli possiedono uguale deviazione standard, ma un titolo possiede una alta deviazione standard dei rendimenti positivi e bassa di quelli negativi, mentre l’altro presenta le caratterische opposte, di certo il primo non potrà essere definito più rischio del secondo. Inoltre l’idea di “comprare a sconto” offre un automatico margine di sicurezza contro il rischio di eventuali ribassi (l’espressione, “margin of safety”, introdotta da Graham e  resa celebre da Klarman).


In questo primo post utilizzeremo solo dati USA, che son quelli che vanno più indietro nel tempo, utilizzando come misura per stabilire se un titolo sia value o meno il multiplo BV/P, dove un valore alto corrisponde ad un titolo value ed uno basso ad un titolo growth. Nel prossimo post utilizzerò invece l’Earnings Yield (ovvero il reciproco del P/E) e infine nell’ultimo post mi concentrerò sull’evidenza internazionale. L’obiettivo è stabilire se i titoli value, in passato, siano stati effettivamente più rischiosi rispetto ai titoli growth e quindi farsi un’idea se la sovraperformance sia stata causa effettivamente da un rischio maggiore, oppure da bias psicologici degli investitori che conducono ad un eccessivo ottimismo (pessimismo) riguardo la crescita futura dei titoli growth (value).

Per fare ciò utilizzerò il database del professor French e analizzeremo 5×5 portafogli di titoli USA suddivisi prima in base alla capitalizzazione (utilizzerò la nomenclatura Small, Small to Mid, Mid, Mid to Big, Big) e poi all’interno di ognuno di questi 5 gruppi i titoli verrano suddisivi in ulteriori 5 sub-gruppi dai più cari (Growth) ai meno cari (Value), utilizzando la nomenclatura Low,  Low To Blend, Blend, Blend To High, High dove low e high è riferito al multiplo BV/P. In questo modo il paragone tra la performance dei titoli value (High BV/P) e titoli growth (Low BV/P) viene depurato dal fattore size, ovvero dalla capitalizzazione (poichè titoli a bassa capitalizzazione e value potrebbero performance meglio di titoli ad alta capitalizzazione e growth, anche solo per il fattore “size”, i.e. la maggiore crescita dei prezzi azionari osservata nei titoli a bassa capitalizzazione).

Il valore del risk free utilizzato in tutto l’articolo (per il calcolo dello Sharpe Ratio e via così) è di 3.52% ovvero quello osservato negli USA dal 31/07/1926 al 31/12/2012. I dati sono monthly (questo potrebbe sottostimare un po’ i drawdown). Ricordo che tutte le performance a cui si fa riferimento qui sotto, oltre ovviamente a non essere di alcuna garanzia per il futuro, esclusono ogni tipo di costo (tasse, bid/ask spread, commissioni etcetc).


Iniziamo dai titoli a capitalizzazione minore, ovvero le cosìdette Small Cap, che in questo caso rappresentano il primo 20% di tutto l’universo dei titoli. Prima tabella mostra rendimento annualizzato, deviazione standard e Sharpe Ratio delle Small Cap, suddivise in 5 gruppi, da Growth (Low BV/P)  a Value (High BV/P):


smallcaps_t1



Comesi vede la sovraperformance delle small cap value è davvero notevole rispetto ai titoli growth, ma questo arriva anche insieme ad una deviazione standard minore (e simile ai titoli “Blend”, ovvero nè cari, nè convenienti rispetto ai fondamentali), per una performance risk-adjusted senza paragoni in questa categoria.


Andiamo però ad approfondire il “rischio”, non fermandoci solo alla deviazione standard, ma anche ad ulteriori misure. La tabella qui sotto mostra le principali misure di “downside risk”, ovvero di deviazione standard dei soli rendimenti negativi (quella più preoccupante per gli investitori), massimo drawdown e l’expected shortfall (ovvero la perdita attesa, dato che ci si trova nell’1% dei casi peggiori):


smallcaps_t2

In questo caso la situazione peggiora un po’ per i titoli value, che hanno un profilo di rischio leggermente peggiore dei titoli growth, tuttavia la differenza non è notevole. Passiamo infine alla definizione di rischio più cara a Buffett&Co. e vediamo 1$ investito in questi titoli nel 1926 cosa sarebbe diventato (in termini nominali):


value quintiles across small caps

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


Guardando il grafico qui sopra, viene naturale capire perchè a prescindere dell’output ottenuto nelle tabelle sopra, i practitioners ritengano i titoli growth più rischiosi di quelli value: i soldi investiti in titoli growth alla fine dell’investimento son decisamente di meno di quelli investiti in titoli value! Inoltre il drawdown iniziato con la crisi del ’29 è stato recuperato dai titoli growth solo negli anni ’80, ben 50 anni per rivedere l’investimento iniziale in termini nominali!


Ripetiamo adesso lo stesso lavoro, per gli altri 4 gruppi di titoli per capitalizzazione, passando quindi alle Small To Mid Cap. Stesse due tabelle di prima per iniziare. Performance e Sharpe Ratio:


stm_t1


Downside Risk:


stm_t2


Come si può vedere anche qui la maggiore performance dei titoli value arriva con una deviazione standard simile a quelli dei titoli growth (2% in più) e il drawdown e le misure di downside risk sono estremamente simili. Anche qui la differenza nel rischio, così come definito dall’accademia, sembrerebbe essere sottile se non assente.


Infine l’andamento di un dollaro nel tempo per quanto riguarda le Small To Mid Cap:


value quintiles across smalltomid caps

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


Anche qui i titoli growth non tengono nemmeno lontanamente il passo dei titoli value, tuttavia la monotonicità della performance attraverso i differenti quantili si fa più sottile.


Continuo l’analisi passando alle Mid Cap. Tabella della performance:


midcaps_t1


Downside Risk:


midcaps_t2


Arrivati alle Mid Caps, il rischio in termini di deviazione standard aumenta per i titoli value (4% più dei titoli growth), tuttavia in termini di downside risk il rischio resta ancora molto simile. Questo il grafico riguardante la crescita di 1$ nel tempo:


value quintiles across mid caps

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


Anche qui, mentre il paragone Value vs Growth non regge, tuttavia la monotonicità una volta esclusi il 20% dei titoli più cari è sempre più “a rischio”.


Passiamo ora ai titoli Mid to Big Caps. Solita tabella della performance:


mtb_t1


Downside risk:


mtb_t2


Muovendoci verso l’alto lungo la capitalizzazione, vediamo che il rischio (sia misurato dalla semplice deviazione standard, sia dal drawdown e la downside deviation), inizia ad essere decisamente più alto nei titoli value che nei titoli growth, a sostegno di quanto suggeriscono gli accademici. La convenienza però nel tenere uno o l’altro tipo di titoli continua però a far pendere l’ago della bilancia verso i titoli value:


value quintiles across midtobig caps

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


Tuttavia, non osserviamo più la monotonicità della performance, infatti i titoli “BlendToHigh” (ovvero uno scalino sotto i titoli value) sovraperformano gli “High” (ovvero i titoli value)!


Passiamo infine alle Big Caps, ovvero i titoli a maggiore capitalizzazione. Iniziamo con la tabella della performance:


bigcaps_t1


Downside risk:


bigcaps_t2


Crescita di 1$:


value quintiles across big caps

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


All’interno delle large caps, vediamo che il rischio, soprattutto in termini di deviazione standard è sensibilmente maggiore nei titoli value, tuttavia a livello di drawdown i valori sono molto simili. A livello di performance, tuttavia i titoli value fanno molto meglio dei titoli growth (e di tutti gli altri), con più del 2% annuo di sovraperformance.


Un paio di appunti prima dei commenti finali. Il massimo drawdown è stato raggiunto in tutti casi nel 1929 e quindi, per quanto si possano osservare delle differenze, potrebbe non essere molto indicativo del maggiore/minore rischio delle diverse strategie riferendosi ad un solo episodio storico. Un modo per risolvere quest’aspetto è utilizzare il cosìdetto Conditional-Drawdown-at-Risk, che altro non è che la media dei peggiori X% drawdown registrati; ovvero si prendono tutti i drawdown, li si ordinano dai più profondi ai meno profondi e, scelta una soglia arbitraria (il peggiore 1%, 5%, 10% etcetc), se ne fa la media per sapere cosa ci può aspettare durate i drawdown più profondi. In questo modo si aumenta anche il numero di osservazioni riguardo il drawdown e la misura del rischio diventa più credibile.


Utilizzerò come soglie l’1% e il 5%, questi i risultati per le Small Caps all’1%:


smallcaps_t3


Come si può vedere, per le small cap il rischio dei titoli value continua a sembrare minore di quello dei titoli growth, con una differenza notevole sia nel peggior 1% (95% vs 70%!) e ancor più marcata nel peggior 5% (82% vs 23%!).


Questo per quanto riguarda Small to Mid Caps 1%:


stm_t3


Anche qui il maggior rischio non sembra essersi realizzato, con una differenza del 13% nel peggior 1% dei casi e del 15% nel peggior 5%.


Passiamo alle Mid Caps:


midcaps_t3


Anche qui non sembra esserci paragone, i titoli value sembrano meno rischiosi (nel peggior 1% addirittura meglio del mercato).


Le Mid to Big Caps:


mtb_t3


Anche qui non c’è traccia di maggior rischio. E infine le Big Caps all’1%:


bigcaps_t3


E come visto sopra, il caso delle big caps è l’unico in cui si ribalta la situazione e le big value caps sembrano, seppur di poco, più rischiose.


Altro aspetto importante riguarda la costanza della sovraperformance, ovvero se la sovraperformance dei titoli value sia effettivamente ricorrente nel tempo, o semplicemente dovuta a pochi periodi molto positivi. Per far ciò, vediamo su diverse finestre mobili (10, 15, 20, 25 anni) qual è stata la perfomance del quantile più conveniente (high BV/P, ovvero value) nei confronti del quantile più caro (low BV/P, ovvero growth). Iniziamo dalle Small Caps:


Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


Nel caso delle Small Caps non è mai successo, nemmeno su un periodo di soli 10 anni, che i titoli value abbiano sottoperformato i titoli growth e quindi utilizzando la definizione di rischio cara a Graham e i vari practitioners, i titoli con alto BV/P non sembrano davvero essere stati più rischiosi (da notare inoltre che solo a seguito della crisi del ’29 i titoli value hanno avuto un rendimento negativo su un periodo di 10 anni, mentre per i titoli growth più di una volta non sono stati abbastanza 20/25 anni).


Passiamo direttamente alle Mid Cap:


Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


Come si può osservare, su un periodo superiore a 25 anni difficilmente i titoli growth sono stati un miglior investimento dei titoli value, tuttavia tra gli anni ’20 fino alla Seconda Guerra Mondiale ci son stati periodi di sovra performance dei titoli growth.


E infine vediamo le Big Cap:


Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)

Data Source: http://mba.tuck.dartmouth.edu/pages/faculty/ken.french/data_library.html (Kenneth French Data Library)


Anche in questo caso i titoli value sembrerebbero essere stati più conveniente, tuttavia la sovraperformance è meno marcata su periodi inferiori a 25 anni e non certo persistente.


Conclusioni


L’evidenza direi che non è necessariamente così cristallina, come spesso capita nei mercati finanziari. A livello puramente di performance i titoli value sembrerebbero far decisamente meglio dei titoli growth e in maniera abbastanza consistente nel tempo. I drawdown sono infine spesso simili, se non minori nei titoli value. Questo spiega perchè i practitioners non ritengano i titoli value effettivamente più rischiosi dei titoli growth. Tuttavia gran parte della sovraperformance sembrerebbe derivare dai titoli a bassa e media capitalizzazione, mentre è meno evidente nei titoli a larga capitalizzazione. Inoltre nei titoli a larga capitalizzazione il rischio dei titoli value, sia che venga misurato in maniera accademica (deviazione standard), sia in maniera grahamiana (drawdown o performance) sembra effettivamente essere simile  (se non maggiore) .


La mia idea è che all’aumentare della capitalizzazione, l’efficienza dei mercati aumenti (più analisti a copertura, maggiore flusso di notizie, più storico, volumi più elevati e titoli difficili da muovere), di conseguenza ciò che viene prezzato come “value”, risulterà più spesso (rispetto a quanto accade nelle small cap) una “value trap” piuttosto che un occasione, questo spiegherebbe la performance simile ai titoli growth e/o maggiore, ma a fronte di oscillazioni effettivamente maggiori. Detto ciò, aumentando la capitalizzazione, più che una forte convenienza nell’acquistare i titoli value rispetto ai growth, sembrerebbe venir meno la monotonicità nei vari quantili, ovvero nonostante i titoli value sovraperforimo i titoli growth, i titoli nel mezzo (blend) spesso possono avere buone performance a fronte di rischi simili. L’evidenza storica ci porta comunque a constare che se si tratta di small cap e small-to-mid cap, i titoli growth sono assolutamente da evitare (minore rendimento e maggior rischio, comunque lo si definisca!).


Inoltre, il fatto che la sovraperformance sia maggiore nei titoli a minor capitalizzazione, potrebbe derivare dal fatto che i costi per sfruttare/eliminare questa inefficienza siano tali da non renderla più così conveniente. Infatti, quando si trattano titoli a bassa capitalizzazione, bisogna mettere in conto una minore profondità del ladder, bid/ask spread più elevati e liquidità minore proprio nei momenti meno opportuni. Ovvero, non è tutto oro quel che luccica.


Ultimo appunto: tutte queste strategie valgono se vengono implementate nella loro totalità! Ovvero non basta acquistare un titolo poichè il P/E è basso e pensando di riuscire a catturare l’effetto “value”. O si comprano tutti i titoli “value”, oppure si fa stock picking, ma è tutto un altro discorso (e non ci si può certo soffermare solo ai multipli di prezzo!).


Quello che comunque possiamo concludere è che i titoli value non si possono definire con certezza più rischiosi e che il loro rendimento, soprattutto al di fuori delle large cap è stato superiore. Nel prossimo post ripeteremo il lavoro utilizzando un altro multiplo e nell’ultimo sull’argomento facendo riferimento all’evidenza internazionel. Commenti e critiche benaccette come al solito!


Bibliografia


A livello di libri le due pietre miliari riguardo il value investing, che si concentrano sul rischio grahamiano e sul concetto di margin of safety sono “The Intelligent Investor” di Ben Graham e David Dodd e “Margin of  Safety” di Seth Klarman.


Tra i paper a cui ho fatto riferimento, i due paper di riferimento sono: “The Cross-Section of Expected Stock Returns” di E. Fama e K. French (1992) e “Contrarian Investment, Extrapolation and Risk” di J.Lakonishok, A. Schleifer and R. Vishny (1994); il primo che cerca di inserire la sovraperformance nel framework dei mercati efficienti, il secondo nella finanza comportamentale.


Interessante il lavoro di R. Israel e T. Moskowitz “The Role of Shorting, Firm Size, and Time on Market Anomalies” (2012), dove si sottolinea il fatto che la sovraperformance del fattore value sia molto influenzata (come evidenziato dai dati sopra) dal fattore capitalizzazione.


Infine il riferimento alla frase di Harry Kat, viene da questo suo paper: “10 Things Investors Should Know About Hedge Funds” (2003). Mentre il paper riguardante il Conditional-Drawdown-at-Risk è questo qui: “Portfolio optimization with drawdown constraints” (2003) di A. Chekhlov, S. Uryasev e M. Zabarankin.


Note


Tutti i grafici, tabelle e calcoli sopra sono stati prodotti con R e ringrazio molto i bloggers Systematic Investor, Systematic Edge e Timely Portfolio per aver messo in chiaro tutti i codici ai quali ho potuto attingere liberamente per personalizzarli.



 
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Analisi Fondamentale

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14 Commenti

  • # 1

    Hi Ric,

    bellissimo articolo!! Ci hai fornito delle validissime “smoking guns”!!

    Congratulations!!

    Comunque, sarebbe molto interessante sapere se le overperformance dei titoli value ( per le varie categorie )sono dovute a una minoranza, ad esempio il 20%/ 30% dei titoli value dell’insieme considerato sovraperforma alla grande e determina l’80%/70% della performance totale dell’insieme considerato!!

    Insomma, se nei casi studiati il principio 80/20 di Pareto trova riscontri di un certo standing!!

    Ciao!

    Fab

    PS http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_Pareto

  • # 2

    Ciao Fab, grazie dei complimenti come al solito :)

    Negli anni Fama&French hanno ovviamente approfondito molto le “anomalie” che li hanno resi noti. Uno dei loro paper più interessanti secondo me è chiamato “Migration” del 2007, dove rispondono proprio alla tua domanda.

    Innanzitutto (come forse era logico attendersi) gran parte del “value premium”, ovvero sovraperformance dei titoli value sui titoli growth è dovuto a titoli value che diventano titoli growth, più che titoli growth che “decadono”. Il numero di titoli che diventa da value a neutral e da neutral a growth (ovvero che si sposta da value verso growth) è molto vicino alle percentuali da te indicate. Circa il 30% dei titoli value diventano neutral e/o growth nell’arco di un anno (tra le small cap) e circa il 38% tra le big cap e queste migrazioni contribuiscono alla quasi totalità del value premium (anche più di quel 70/80% da te indicato), siamo quasi al 90/95%!

    Qualsiasi cosa, il paper è piuttosto breve e semplice: http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=926556 !

  • # 3

    Ciao “Analisi Fondamentale”,

    figurati, dovere!! Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare!!

    ( comunque quando non sono stato d’accordo, l’ho detto chiaramente!! Quindi quando faccio i complimenti non sono mai gratuiti!!)

    Grazie mille della puntuale risposta, preciso e preparatissimo come sempre!!

    Comunque un’ultima osservazione!!

    I dati che hai utilizzato sono tratti dal mercato USA,un mercato maturo, quindi uno potrebbe pensare che invece nei mercati emergenti i titoli growth fanno faville e invece:

    per quanto riguarda l’azionario relativo all’ asset class “Emerging Markets”, bisogna andare a vedere i risultati passati e capire qualche logica economica sottostante il funzionamento di questa particolare asset class che spiegano chiaramente le performance molto deludenti rispetto ai brillanti tassi di crescita delle loro economie!! Di seguito due interessanti articoli a tale proposito:

    1) The missing link Economic growth helps investors only if they are clairvoyant http://www.economist.com/node/18713528

    2) “Just because a country is growing rapidly doesn’t mean your investments there will” by William Bernstein

  • # 4

    2) “Just because a country is growing rapidly doesn’t mean your investments there will” by William Bernstein

    http://money.cnn.com/2009/07/15/markets/emerging_markets.moneymag/index.htm?postversion=2009071606

    Ciao!

    Fab

    1PS ho fatto copia e incolla di un mio post ( una parte ) ad un articolo del “Globalista”: “Due opportunità: debito emergente e Next11″.

    2PS comunque i due links già inviati l’anno scorso via email.

  • # 5

    Chapeau ! Complimenti ! un articolo di alto livello ! mi ci vorrà un mese per assimilarlo ! (e forse non basterà) !
    Adesso vado fuori tema e Vi chiedo:
    A proposito di valore e di creazione di valore e quindi di “ricchezza” o presunta tale da parte delle società quotate, non trovate che specie negli ultimi anni , diciamo dieci , quindici anni questa “ricchezza” racchiusa nel prezzo e nei dividendi di queste società siano state molto manipolate , dalle autorità monetarie, con continue iniezioni di liquidità che di fatto falsano il valore dei titoli e quindi della ricchezza ma anche dell’andamento dell’economia reale nel suo complesso! E questo vale non solo per l’azionario ma anche sul mercato obbligazionario , cioè sostanzialmente le autorità monetarie , sono sempre intervenute per (dicono loro) scongiurare crolli relativi ad una economia (reale) sempre più in crisi rispetto ad una economia di carta che ad ogni crisi avvenuta dagli anni ’80 in poi , dopo ogni debaclè è risorta (a livello di corsi) più grande e più alta di prima (basta andare a vedere il grafico S&P ). In pratica voglio dire le quotazioni sia azionarie che obbligazionarie sono direi alte e seppur con qualche scrollone tendono a salire e mantenere i livelli mentre l’economia reale specie in Italia stà sprofondando creando un divario tra “la carta” e la “mano” !
    Questo squilibrio porta ad una redistribuzione ” ineguale ” della ricchezza ! concentrata sempre più in campo finanziario e non supportata da una vera crescita di Pil , di occupazione, di benesere generalizzato come un pò sera visto durante il “miracolo economico italiano” . Fino a qualche anno fa si poteva fare il pieno dell’auto con cinquanta euro , ora ce ne vogliono il doppio (alla faccia dell’inflazione media calcolata sempre inferiore al 3% 3,5%).
    Tutte le crisi , fino ad ora sono state (risolte ,evitate , scongiurate ….) segliete voi il vocabolo , stampando carta, abbassando, tassi, sempre e sempre più con strumenti monetari e non con politiche economiche(di accompagno) , quindi inflazionando il mercato , perchè è la via più semplice , quella che non fa prendere responsabilità politiche e decisionali a partiti e o a persone individuabili.
    Dalla crisi dei sub_prime , a mio modo di vedere non è stato risolto alcunchè , si è solo butttato la palla più avanti !
    Che ne pensate ?

  • # 6

    Complimenti per questo post e soprattutto:
    Fantastico post “Quality Minus Junk: si può fare meglio di Buffett?”
    Scrivo qui perchè li mi dice “commenti chiusi”.

    Ma che tu sappia ci sono fondi i screener per conoscere (oggi) l’ipotetico portafogli che avrebbe battuto Buffet?
    Non pensi sarebbe una buona base di partenza per fare stock piking?

  • # 7

    @Fab: Sicuramente la correlazione tra crescita economica e performance azionari è debole, ma sul breve termine. Ovvero paesi con una crescita stabile e sostenibile lungo un periodo di tempo considerevole (i.e. 25-30 anni), hanno spesso migliori performance azionari di paesi che non crescono o con problemi di inflazione, ma sicuramente nel breve gli aspetti macro danno poche indicazioni. Va anche considerato che il grosso lo giocano comunque le valutazioni.

    @Bob: Concordo abbastanza. La Fed, la BoJ e più recentemente la BCE stanno sicuramente cercando un “wealth effect” più di qualsiasi altra cosa e di tenere il costo dell’indebitamento (eccessivo) basso. Ci riusciranno? Chi lo sa! Di certo qualche conseguenza negativa ci sarà (come dice Seth Klarman nell’ultima lettera agli investitori), altrimenti il giochino è troppo semplice!

    @Francesco: grazie per avermi fatto notare il problema con i commenti, ti ho risposto di là!

  • # 8

    Complimentoni per l’articolo, raro trovare lavori del genere al di fuori della letteratura anglosassone. Elaborato molto chiaro che si perfeziona in conclusioni molto utili per coloro che sono interessati all’argomento.
    Grazie x il contributo :D

  • # 9

    Grazie mille capo10 :) A presto!

  • # 10

    complimenti ! questo articolo è veramente interessante , volevo provare a aggiornare le tabelle ad oggi ma non ho veramente idea di come farlo , il programma che ha usato l’ho trovato complicato per una studentessa come me , mi servirebbero i dati per una ricerca .. sa darmi un consiglio su uno alternativo da scegliere ?

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