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In questi giorni, sia dai lettori, sia su alcuni forum che seguo, sia sui giornali e infine anche da alcuni bloggers “amici”, questa domanda la leggo molto spesso: serve ancora a qualcosa l’analisi fondamentale?
Questo post non vorrà essere nè una vera e propria risposta, nè una difesa ad ogni costo dell’analisi fondamentale, anzi. Saranno solo delle considerazioni personali su questa filosofia d’investimento, che di fatto ha rappresentato e rappresenta ancora la base da cui partire per tutti i miei investimenti.![]()
Prima di incominciare però apro una lunga digressione su aspetti economici e finanziari molto rilevanti al fine di capire l’utilità dell’analisi fondamentale al giorno d’oggi.![]()
Infatti il prezzo di una singola azione, come credo ormai ognuno di noi abbia capito, non si muove più sul “semplice” teorema di Modigliani-Miller, secondo il quale il prezzo di un’azione è pari alla somma dei flussi di cassa futuri (quindi stimati) generati dalla società e scontati ad un determinato tasso; infatti questo teorema al giorno d’oggi avrebbe una certa difficoltà a spiegare movimenti dell’8-10% non solo di singole azioni, ma addirittura dei mercati nel loro complesso, e soprattutto da un giorno all’altro (se non all’interno di una singola giornata).![]()
Perchè questo teorema non è più valido? In un mondo in cui sembra che il mercato finanziario si stia pian piano scindendo da quella reale, un approccio come quello dell’analisi fondamentale, dove l’ipotesi di partenza è che il mercato nel suo complesso e quindi il prezzo di un’azione rifletta (o quanto meno ne sia vicino) il valore che le varie società mostrano all’interno di un bilancio, un processo di scissione del genere tra i due mercati ne annullerebbe completamente la validità. ![]()
Ora non mi voglio dilungare troppo in una questione economica che sarebbe difficile e alla quale in realtà faccio anche fatica a trovare una buona risposta; però il problema, secondo me, è l’aver slegato completamente l’immissione di liquidità nel sistema economico non solo da una ricchezza reale (come poteva essere il principio del “Gold Standard”, che da liberista e liberalista convinto non mi dispiacerebbe nemmeno, con cui in breve si legava l’immissione della nuova moneta ad un corrispettivo, totale o proporzionale, in oro), ma in generale aver slegato il credito (e i finanziamenti) da progetti reali e materiali (come era per esempio molto semplicemente il ruolo delle banche tanto tempo fa, ovvero erogare credito solo su progetti industriali reali, piccoli o grandi che fossero).
In questo modo, sorge spontanea la domanda: in base a quali regole viene immessa liquidità addizionale sul mercato, quando non è destinata a progetti reali (non valgono le fantasiose risposte della manna dal cielo o quella più moderna del lancio di liquidità dall’elicottero)?
L’aggregato monetario M3 (per quanto riguarda laBce), ovvero la vera e propria massa monetaria immessa nel mercato mensilmente dall’istituto centrale europeo, è cresciuta nel quinquennio 2003-2008 mediamente ad un ritmo del 4.5%, con punte però superiore anche al 10%, ma se l’inflazione è esplosa in realtà solo poco prima dell’aggravarsi della crisi (e peraltro più per la svalutazione del dollaro che ha fatto schizzare tutti i prezzi delle materie primeche per altro), dove è andato a finire tutto questo mare di liquidità?
Evidentemente, grazie anche ad Alan Greenspan, che nel finire della crisi del biennio 2002-2003 si è divertito a tagliare i tassi d’interesse Usa, questo incredibile aumento della liquidità, unito appunto alla facilità di accesso al credito per i tassi bassi, non legato a progetti d’investimento reali, è finito in primis nel mercato finanziario e in quello immobiliare in particolare. Consentendo così, attraverso l’immissione di liquidità nei mercati da parte delle banche centrali, non solo la creazione delle bolle speculative prima sugli immobili, poi sui mercati azionari emergenti (ma anche su quelli maturi), poi momentaneamente sulle commodities, ma in generale spostando l’obiettivo delle banche centrali di controllare l’inflazione nella zona di riferimento a quello di sostenere le quotazione azionarie al fine di evitare crolli dei mercati finanziari. Però se aumenta il prezzo delle azioni a prescindere da quello della merce reale sono tutti contenti, se cresce quello dei prodotti (la “comune” inflazione) siamo tutti arrabbiati e sconenti.
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Ma i problemi per l’economia reale, per i mercati finanziari e quindi nel nostro caso per l’utilizzo dell’analisi fondamentale ai fini d’investimento non sono finiti. Infatti il sempre maggiore utilizzo di architetture e ingegnerie finanziarie negli strumenti derivati, unite a una poca regolamentazione proprio sull’utilizzo di questi strumenti, hanno contribuito a legare questo folle aumento della liquidità, questa creazione di bolle speculative a strumenti che ne garantivano guadagni (ma anche e soprattutto perdite) con “leve” eccezionali e così nel momento in cui si sono venute a sgonfiare le prime bolle, a scendere i prezzi delle case, ad esserci ritardi nei pagamenti dei cosìdetti mutui subprime, il castello di carte è pian piano ricaduto su stesso.![]()
Inoltre, tanto per mettere altra carne al fuoco, un altro agente del mercato, che peraltro per strani motivi, gode di regolamentazioni piuttosto “morbide”, è il mondo degli hedge fund. Questi fondi, che hanno libero accesso a tutti quegli strumenti derivati cui accennavo sopra e soprattutto che muovono una quantità di denaro in grado di spostare da un momento all’altro e in maniera molto violenta le quotazioni dei mercati, hanno sicuramente contribuito al rialzo e ultimamente al ribasso a questi movimenti delle quotazioni azionarie incredibilmente violente.![]()
Qual è la soluzione a tutti questi problemi? A mio parere, oltre un ritorno alla normalità della facilità di accesso al credito e quindi in un certo senso dello stile di vita di molte persone del mondo, oltre ad un forte cambiamento delle regolamentazioni sui mercati finanziari, soprattutto per ciò che riguarda l’utilizzo di strumenti derivati (soprattutto da parte delle banche e degli hedge fund che devonono necessariamente avere una patrimonializzazione ed una gestione del rischi adeguata), dovrebbe essere messa in discussione la modalità con cui viene riversata la liquidità nei mercati finanziari in primis. Probabilmente un’utopia, però era più una considerazione personale che altro.![]()
A domani con la seconda parte del post in cui vedremo gli aspetti più “pratici” ed i consigli per continuare ad utilizzare l’analisi fondamentale, nonostante questo notevole numero di variabili impazzite che influenzano i mercati, sembra avergli fatto perdere ogni senso!
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24 novembre 2008 alle 17:05
Il problema è che le società per quanti controlli vi siano hanno la possibilità di modificare i dati in mille modi (vedi rimanenze finali, perdite su crediti, oscillazioni cambi e qualsiasi valore nel quale occorre necessariamente una valutazione).
Quindi a mio avviso reputo piu’ importante l’analisi dei flussi di cassa perche solo quelli congiuntamente alla lettura delle politiche di ammortamento danno il reale stato di salute dell’azienda.
24 novembre 2008 alle 17:48
Io ti cito due evidenze fondamentali:
1)Il dividendo per contanti; quello è un dato su cui nessuno può mentire ed è per questo che il rapporto prezzo /dividendo ha la sua rilevanza, perchè quei soldi li distribuisci solo se li hai davvero.
2)C’è uno studio mi sembra di Robert Arnott se non ricordo male che dimostra come nel lungo periodi le aziende con politiche di dividendi più generose sono anche quelle che sovraperformano i peers.
Detto questo una maggiore regolamentazione delle distribuzione della moneta ed un piu accurato controllo della sua destinazione potrebbe avere una valenza, devo dire che però storicamente qualunque strumento sia stato utilizzato è stato valido fino a quando l’avidità umana non ha preso il sopravvento ed allora attraverso lente ma inesorabili modifiche regolamentari si è andato ad inficiare strutturalmente la regola ed a causare i disastri come quello a cui stiamo assistendo.
24 novembre 2008 alle 20:36
Ciao Robom1 e ciao Gipa69! Grazie delle vostre precisazioni, informazioni e considerazioni!
Per quanto riguarda il discorso di Robom sono assolutamente d’accordo, per capire il vero stato di salute, il reale flusso di cassa appunto, bisogna guardare quasi solo esclusivamente al rendiconto finanziario, piuttosto che al conto economico.
Per quanto riguarda invece il discorso di Gipa69, sono d’accordissimo che poi, a prescindere di qualsiasi cosa si stia parlando, l’economia è comunque una scienza sociale e come tale dipende dalle azioni buone o scellerate che siano dell’essere umano e della sua natura!
24 novembre 2008 alle 20:45
A proposito gipa69…per quanto riguarda la distribuzione di dividendo generosa, intendi come yield% o proprio come payout ratio alta?
24 novembre 2008 alle 23:01
Lo studio mi sembra che parlasse di payout ratio alta, cioè mostrava come società con politiche di dividendi generosi rispetto agli utili prodotti avevano ritorni di lungo periodo superiori, però esistono altre statistiche che mostrano come in periodi di dividendi elevati sul prezzo delle azioni i ritorni medi delle azioni sono superiori alla media storica.
24 novembre 2008 alle 23:03
Ok grazie mille!!
25 novembre 2008 alle 15:07
Trovo che in un momento come questo l’analisi fondamentale sia più utile che mai.
Unendo l’AT, che mi dice in che trend sono e se sono vicino ad una inversione, quindi mi da il timing, dall’AF ottengo chi mi da maggiori garanzie di una buona risalita, quindi il gap di pricing.
Io almeno la vedo così.
26 novembre 2008 alle 0:09
Io pure…sono gli altri che sono sfiduciati!!
26 novembre 2008 alle 12:26
Tipico delle zone vicino al bottom.
Perchè, comunque la mettiamo, siamo vicini al bottom.
Essere a 20.000 di SPMib, quando era a 44.000, vuol dire essere molto ma molto più vicini al bottom che al top.
Quindi classica sfiducia da bottom, come era classica la fiducia da top (se facessimo un sondaggio con una statistica, quanti ne troveremmo che hanno investito con l’SPMib oltre i 40.000? tantissimi, ne sono sicuro!)
Rimango della mia idea, le buone società, ammesso che si riescano a valutare correttamente (anche questo è un problema direi classico, se ne è discusso su questo blog) sono quelle che una volta finita la sfiducia daranno garanzie di risalita.
In un certo senso .. anche l’analisi intermarket puo aiutare tantissimo. Ad es su Eni, sarebbe utile vedere lo scenario intermarket, ed anche macroeconomico, per valutare bene il futuro del prezzo del greggio.
26 novembre 2008 alle 17:30
Sicuramente c’è tanta sfiducia dal crollo di mercati davvero importante, però io son d’accordo con te…a breve vorrei incominciare ad accumulare qualcosa, vorrei solo attendere il VIX a livelli “decenti”!